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A cavallo tra storia e finzione: il rivoluzionario Mastroianni di “I compagni”

Nella sterminata filmografia di Mastroianni, un film come I compagni rischia di apparire come secondario, soverchiato da un numero invidiabile di classici usciti a brevissima distanza. In quei tre anni – dal 1960 al 1963 – arrivarono sullo schermo, una dopo l’altra, le perfomance più ricordate dell’attore, che si giostrava tra il gotha di registi del decennio passato e presente: dai capolavori felliniani (La dolce vita, 8 e ½) a Ieri, oggi e domani di De Sica, passando per i ruoli siciliani del bell’Antonio e del barone Fefè Cefalù, senza dimenticare l’esperienza con Antonioni in La notte. Di fronte a titoli così ingombranti, fondamentali per l’esplosione dell’icona Mastroianni nell’immaginario collettivo, sembra spontaneo attribuire un’importanza minore, per la sua carriera, alla pellicola di Monicelli. 

“I compagni” compie 55 anni

Nel 1963 Monicelli incappò in un fiasco al botteghino quando raccontò di uno sciopero a oltranza da parte di operai di una fabbrica tessile guidati da un professore socialista in una Torino di fine Ottocento. Questo film compie quest’anno 55 anni e – a dispetto dell’insuccesso al suo debutto – si ritaglia un posto d’onore tra le commedie amare più riuscite di Monicelli. Sicuramente la più partigiana, a partire dal titolo: I compagni. Proprio da qui, dal titolo, viene suggerita una coralità narrativa che Monicelli aveva già inseguito, senza riuscirci, ne La grande guerra, dove l’intenzione era inizialmente di raccontare le disavventure di un intero plotone che va a combattere, ma alla fine ad emergere sono i due protagonisti interpretati da Vittorio Gassman e Alberto Sordi.