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Qualche appunto sul cinema ritrovato di Roger Corman

Sia ne I vivi e i morti che ne Il pozzo e il pendolo, Corman stravolge i racconti di Poe, ma riesce a far permanere la stessa sensazione di terrore agghiacciante, custodita nelle profondità di cupi scantinati, nello spaventoso dolore di una morte non sopraggiunta, nell’orrore di essere sepolti vivi. Allo stesso tempo in Un secchio di sangue emerge l’altro lato della medaglia, l’ironia macabra di una morte che ha fatto il suo corso trasformando il corpo in un’opera d’arte immortale. In tutti e tre risuonano le ossessioni di Corman, nonostante i tempi di lavorazione brevissimi.

“La vergine di cera”, horror spurio di Corman

Un film spurio della serie poeiana, però altrettanto efficace e suggestivo. A questo eccentrico fascino pauperistico (ma non si nota particolarmente) contribuisce anche il carosello di registi pupilli della Factory cormaniana che hanno girato scene o sequenze per supplire l’assenza di Corman, impegnato nel mentre già in altro. Francis Ford Coppola, Monte Hellman, Jack Hill e Dennis Jakob, ognuno ha diretto qualcosa per riempire la pellicola. A conferma di come un set cinematografico di Corman fosse la migliore scuola per apprendere come si fa il cinema.

La piccola bottega di splendori. Il cinema di Roger Corman

“Noi siamo artigiani e cerchiamo di fare del nostro meglio” affermava il soprannominato “Re dei B-Movie” che sin dagli anni Cinquanta, con intraprendenza e inventiva, sdogana questo cinema elevandolo qualitativamente senza però perderne la sua originale natura povera e artigianale. Anzi, facendo leva proprio su tali limiti materiali, Corman li trasforma nei punti di forza di uno stile coinvolgente quanto riconoscibile: duro, diretto e scarno. Un cinema che gioca col cinema, rispettoso dei canoni ma al contempo loro irriverente innovatore.