Blue Moon non può che essere un titolo evocativo, sentimentale, musicale, che non si può “scordare”. Lo ammette un sarcastico Lorenz Hart (in un’istrionica interpretazione di Ethan Hawke), autore della mitica canzone creata nel 1934 e di altri brani di prestigiosi musical di Broadway (da ricordare Pal Joey che vide il debutto di un acerbo e talentoso Gene Kelly) che hanno reso fertile anche il cinema di Hollywood.
L’opera di Linklater si affida alla suggestione di quella melodia per commentare scene da un matrimonio (artistico) tra il geniale paroliere e il pluripremiato musicista Richard Rodgers. Nelle sequenze iniziali sono un paio di citazioni di Oscar Hammerstein II e Mabel Mercer a descrivere in modo apparentemente contrastante (ma non per questo inattendibile) il temperamento “divertente” e “triste” di Hart.
La prima immagine mostra un solitario individuo in un vicolo nella notte, un po’ claudicante, probabilmente ubriaco, sotto la pioggia. Lo accompagnano mestamente le note sussurrate di Everything Happens to Me, un classico di Frank Sinatra inciso nel 1940, che racconta di disavventure e sfortunate circostanze di un uomo che, in fondo, non rinuncia alle proprie illusioni.
Significativa la spiritosa menzione dell’iconica pellicola Casablanca (il cui brillante script è denso di memorabili battute) da parte di un irriverente Hart, con particolare riferimento al personaggio del capitano Renault: “Claude Rains ha un ruolo importante ed è basso, e ciò dimostra che una cosa non esclude l’altra.”
In questo caso non è difficile dedurre che il malinconico compositore faccia anche autoironia, consapevole della sua minuta corporatura (esaltata da piani americani e campi totali che appiattiscono la figura dell’attore e da una mimica persuasiva e verosimile). Il rapporto, ormai alla fine, tra Hart e i suoi comprimari (il sodale Rodgers/Andrew Scott che vuole intraprendere una nuova carriera, la giovane affascinante donna “ideale” Elizabeth/Margaret Qualley e il confidenziale barman Eddie/Bobby Cannavale) è il tema essenziale del film.
Non meno rilevanti sono la cornice (sublimata da ritratti caricaturali dei clienti più famosi) del Sardi's Restaurant di New York che è adibito a set cinematografico e/o proscenio teatrale e lo sfondo della sanguinosa seconda guerra mondiale. Curiosamente anche il precedente/recente film storico-biografico del cineasta texano (Apollo 10 e mezzo, sorprendente capolavoro d’animazione) era ambientato in un periodo cruciale come quello del conflitto in Vietnam che si confondeva con il sogno (avvenuto) di “toccare” la Luna (Moon Landing).
Il punto di osservazione (clinico se si considera la cura dei dettagli) del regista di Houston mira alla narrazione di legami (amori e amicizie) analizzati nei momenti critici e influenzati dai contesti spazio-temporali della Storia, dall’inesorabile (di)scorrere degli eventi, dai processi di vita reali e onirici/utopistici. Gli (anti)eroi di Linklater sono abili nell’arte della fuga (soprattutto da sé stessi) ma non tradiscono la loro naturale vocazione/visione che si manifesta e si traduce in sofisticati e amabili confronti verbali, (f)utili contraddizioni.
Il colto Robert Kaplow stavolta scrive la sceneggiatura (dopo aver ispirato, con il suo romanzo, il poco apprezzato Me and Orson Welles) con dialoghi di sottile arguzia e raro desiderio che riecheggiano l’originale Lubitsch Touch. Ed è quell’incerto sentimento/feeling tragicomico a chiudere il lungometraggio con la voce d’altri tempi di Tony Bennett che sembra recitare un epitaffio in cui una risata ci seppellirà senza pietà:
This funny world
Can laugh at the dreams you're alive for
If you're beaten, conceal it!
There's no pity for you
For the world cannot feel it