Ogni fiaba  nasconde una natura inafferrabile che spesso coincide anche con la fonte da cui scaturisce il suo fascino. In alcuni casi è immediatamente rintracciabile, in altri la magia pervade ogni tratto del processo creativo e ne diventa parte integrante, pura enfasi emotiva per la trasfigurazione di piccoli gesti ordinari in azioni sublimi di rara intensità. È la magia dell'ignoto, la palpitazione della scoperta e l'esplosione della bellezza, materia prima di cui l'arte si nutre e che, talvolta, diviene la componente principale di un'opera cinematografica.

È quello che avviene in Bucking Fastards, in cui ancor prima della logica narrativa, della ricerca di una linearità significante, è la purezza delle immagini che sgorgano sullo schermo ad acquisire un ruolo di principale importanza. Un titolo che è anche un lapsus linguae, quasi un monito, una dichiarazione d'intenti aprioristica sull'assenza di un senso percepibile secondo una ricezione convenzionale. È un terreno diverso quello su cui Herzog ci invita a seguirlo, una storia di finzione che è un flusso verso l'arricchimento sensoriale, mosso da sentimenti istintivi e irrazionali.

Come le sue protagoniste, Joan e Jean Holbrooke, interpretate dalle sorelle Rooney e Kate Mara e ispirate alle figure delle gemelle Chaplin, al centro di alcuni curiosi fatti che hanno animato la cronaca anglosassone degli anni Ottanta. Due creature che sembrano approdate da una realtà onirica, in grado di parlare all'unisono e di vivere attraverso movimenti simultanei. Due esseri innocenti alla ricerca della loro libertà all'interno di una realtà schematica come la nostra. Due personaggi in costante ribellione rispetto ai codici del racconto filmico, forze creatrici della loro stessa storia e in grado di rimescolare costantemente generi a archi narrativi degli ambienti con i quali entrano in contatto. Due “Kaspar Hauser” ritrovatisi senza passato, senza scopo né direzione ma con l'insito scopo di raggiungere quanto di bello possa esistere intorno a loro.

Tramite il candore anarchico di queste straordinarie protagoniste, Herzog compie un'ulteriore passo nella sua inesorabile ricerca sul visibile, in un film che mette in crisi i canonici strumenti di interpretazione per stimolare aree più profonde, in grado di riconnetterci al senso di meraviglia verso ciò che siamo in grado di percepire. Bucking Fastard è uno splendido ritorno alla Cave of Forgotten Dreams, un viaggio speleologico attraverso le maschere dell'umanità per approdare al centro della terra, perdersi nell'oscurità e riscoprire la gioia di danzare al riparo degli occhi indiscreti delle terre antropizzate.

Un film che è un atto di fede nei confronti della bontà, come quella di cui le due sorelle si fanno carico aiutandosi reciprocamente - perchè una dose tanto cospicua di questo bene non può risiedere in solo corpo – e un'ode, ora grottesca ora traboccante di lirismo,  a qualunque entità disposta a muoversi, mutare aspetto, allargarsi e ritirarsi fino a consumare la roccia e insinuarsi in essa pur di trovare una propria, meravigliosa, forma e rendersi conto di esistere malgrado i limiti del mondo.