Miguel Moreno (Javier Bardem) è un architetto spagnolo che vive a Londra con la moglie (Sofía, interpretata da Penélope Cruz) e le due figlie. La famiglia si è trasferita cinque anni prima da Madrid per permettere a Miguel di fare un importante salto di carriera, che lo ha reso un professionista rinomato nel settore. La scelta, nonostante la coppia sia molto benestante, ha comportato alcuni sacrifici per Sofía, relegata a coordinare traduzioni nella narrativa straniera per una casa editrice.
Il rapporto tra i due coniugi inizia a raffreddarsi quando Miguel prende in considerazione una proposta di lavoro da parte di un miliardario senza nome (un fugacissimo cameo di Paul Dano) che vorrebbe costruire un bunker alle Hawaii in vista di potenziali disastri climatici, politici o sociali. Secondo Sofía, infatti, Miguel aveva intrapreso la carriera di architetto per costruire edifici pubblici, o che comunque servissero in qualche modo alla collettività; costruire un rifugio da fine del mondo per un uomo che, di fatto, sta contribuendo a distruggerlo è un tradimento di valori che credeva fondanti per il marito. Miguel è titubante a rinunciare, ma per Sofía è una questione di principio.
Nel frattempo, il vicino di casa della coppia (Stephen Graham) ha iniziato di sua iniziativa a picconare un buco nel muro che divide le due proprietà: l’idea, spiega l’uomo a Miguel, è farci una finestra per rendere il suo garage abitabile. Al di là dell’obiezione più ovvia, e che viene ripetuta più volte – non è possibile creare una finestra che guardi direttamente su una proprietà privata altrui –, il tentativo fa sentire Miguel spiato e dà il via all’ossessione di rendere casa propria una fortezza sempre più sicura.
Non è secondario, in questa piccola spirale di paranoia, che il vicino sia di estrazione sociale evidentemente più bassa della famiglia Moreno. D’altronde, più una persona è ricca e più ha paura che ciò che possiede le venga portato via, viene detto a Miguel in uno dei dibattiti sulla sua controversa opportunità di lavoro.
Va specificato che le premesse di Bunker, il nuovo film del regista, sceneggiatore e drammaturgo Florian Zeller, sembrano più militanti nella teoria che nella pratica. Nonostante, infatti, l’invettiva di Sofía sia esplicita e assai dura nei confronti del miliardario (e nonostante Dano riesca a dare vita, nei suoi cinque minuti sullo schermo, a un tycoon della Silicon Valley nichilista, incontrovertibilmente egoista e detestabile), il film non approda mai a una satira davvero tagliente e politicamente pregnante, preferendo adagiarsi su un umanesimo poco originale.
La tesi del regista è così esplicita – è facile cedere alla tentazione di avere paura costruendo bunker sottoterra, ma la vera umanità sta nel coraggio di costruire finestre sui mondi altrui – da essere ribadita più volte, letteralmente e figurativamente. C’è il soliloquio finale, che pronuncia queste esatte parole; ci sono i primi bozzetti di Miguel del rifugio sotterraneo, a forma di piramide rovesciata; c’è il litigio tra Sofía e il marito, dove la donna grida che “Sei stato assunto per costruire un bunker, ma ne stai già costruendo uno qui, in casa tua”.
Zeller ritorna a indagare le tensioni interne a un nucleo familiare messo sotto pressione da cause al di fuori del proprio controllo. Se The Son esplorava la difficoltà di un padre ad aiutare il figlio depresso e The Father raccontava l’esperienza di un uomo malato di Alzheimer accudito dalla figlia, Bunker racconta invece di una coppia che non si riconosce più dopo diciassette anni insieme, mentre il mondo sembra sull’orlo del collasso.
Tuttavia, il fatto che il film racconti di una famiglia che entra in contatto con la disparità sociale anziché raccontare la disparità sociale attraverso la storia di una famiglia impedisce a Bunker di intavolare una conversazione sfaccettata sulle tematiche che tratta. Certo, il personale è politico, ma questa scelta nel punto di vista deve convivere con storture di cui il film sembra essere tra l’inconsapevole e l’imbarazzato; prima tra tutte, il fatto che i Moreno siano inquadrati come una famiglia di classe media, pur essendo nei fatti di estrazione assai superiore.
Miguel può permettersi di non costruire il bunker, a prescindere da quanto lautamente sarebbe compensato, così come può permettersi di minacciare il vicino di portarlo in tribunale se non dovesse rimuovere la finestra: i suoi dilemmi sono di natura strettamente etica e ogni scelta ha ripercussioni, al massimo, sull’armonia familiare. E se la risoluzione del conflitto è più o meno pacifica, viene naturale chiedersi cosa sarebbe cambiato se Miguel avesse trovato risposte differenti ai quesiti che Bunker pone, compiendo scelte diverse. La risposta, in fondo, è poco: il suo benessere non è mai realmente in discussione. A essere messa alla prova è soltanto la sua idea di sé.