Si può tranquillamente affermare che il 2026 è un anno decisamente ricco per quanto concerne la produzione di horror (sul piano quantitativo e qualitativo), un genere cinematografico in pieno rinnovamento stilistico e contenutistico. Damian Mc Carthy, Curry Barker e Oz Perkins sono i nomi di punta (limitandoci all’ambito angloamericano) di questa evoluzione, ma è impossibile non annoverare quello di Jane Schoenbrun, cineasta che ha saputo assumere le influenze provenienti dai decenni precedenti, metabolizzarle e inserirle nell’immaginario collettivo contemporaneo.

Seppure continua a esistere una deriva horror legata ai meccanismi usurati del jumpscare e quindi a una visione terrifica proveniente da un’altra dimensione, Schoenbrun a partire dal suo primo lungometraggio di finzione, We're All Going to the World's Fair (un film che dialoga con Coma, capolavoro di Bertrand Bonello), sposta il concetto di orrore all’interno di noi e del nostro immaginario, a come ci percepiamo e siamo percepiti. 

We're All Going to the World's Fair è un’opera da camera, un creepypasta movie sullo smarrimento identitario e la bulimia di immagini web. Anche il successivo Ho visto la TV brillare (che incrocia magnificamente coming of age, horror sentimentale e fantasy) lavora sul principio di abitare le immagini, di scoprirci altro da noi, un’altra dimensione identitaria che potrebbe farci paura. Schoenbrun ha fatto coming out nel 2022, definendosi una persona transgender e non binaria ma poliamorosa, questa sua affermazione identitaria si intravvedeva nel precedente I Saw the TV Glow e in Camp Miasma diviene fondamentale come ri-lettura del filone slasher.

Lo slasher, si sa, si è sempre fondato su una certa dinamica puritana e reazionaria, mettendo in scena il killer di turno che decima ragazzi e ragazze durante l’atto sessuale, poi nel 1983 arriva Sleepaway Camp e la dinamica punitiva di matrice puritana va in frantumi. Schoenbrun ri-parte proprio da lì, realizzando un meta-horror in cui il genere (tanto cinematografico quanto identitario) viene adoperato come grimaldello per scardinare ruoli e convenzioni socio-sessuali, traendone a tutti gli effetti un gender fluid horror, specchio e riflesso di una trasformazione in fieri.

Camp Miasma è il titolo di uno slasher di culto (all’interno del film stesso) che nei decenni ha spopolato creando sequel su sequel e merchandising a seguito e di cui si pensa di realizzare un reebot. Per l’occasione viene chiamata una giovane cineasta (Hannah Einbinder come doppio della Schoenbrun), la quale incontra la protagonista del primo capitolo (una Gillian Anderson tra Norma Desmond e Fedora) per farla tornare sul set.

Questo raffinato e spudoratamente ironico gioco meta-testuale fa i conti anche con il franchise produttivo, quale meccanismo stereotipico che uccide a poco a poco l’opera d’arte, la vampirizza rendendola esangue e rigidamente standardizzata. Il poliamore che professa Schoenbrun riguarda anche l’arte come opera aperta, fluida, non monolitica, in cui vi è pieno diritto di godimento scopico e non è un caso se il killer si chiama Little Death, per traslato in francese petite mort ovvero orgasmo.

Come X anche Camp Miasma fonde pulsione di morte e godimento sessuale, ma se Ti West guardava alla vecchiaia come ultimo accesso all’orgasmo prima del decesso, Schoenbrun non ne fa una questione di età ma di genere, pulsione e piacere diventano visione di un immaginario che non arriva da un altrove mediatico-inquietante (Poltergeist, Videodrome, Demoni) ma è presente dentro di noi, in attesa solamente di essere liberato e accettato.

Fassbinder diceva che i film liberano la testa, ma insieme a Schoenbrun potremmo dire: liberano anche i sensi.