Scrivere di Company senza rivelarne il finale è un’operazione complessa: non si tratta tanto di evitare di fare spoiler a chi legge, quanto di provare a non tradire la struttura stessa del film.
Il racconto del nuovo lungometraggio di Casey Affleck è infatti antologico, impostato a matrioska. Evelyn (Emily Alyn Lind) entra in una casa durante una festa e si mette a raccontare agli ospiti la storia della nonna Alice (Caylee Cowan), salvata in gioventù dalle intemperie da Tom (Nick Nolte) che vive in una casa isolata nel bosco. Per trascorrere il tempo davanti al fuoco, la donna inizia a raccontare al padrone di casa un’altra storia, anche questa relativa a sua nonna Rebecca (Adelaide Clemens) che cinquant’anni prima ha salvato a sua volta dalle intemperie il giovane Caleb (Atticus Affleck).
Il ragazzo – che per aspetto e modi di fare ricorda un Timothée Chalamet tra Interstellar e Lady Bird, ma è ben lontano da esserne un’imitazione – viene accolto in casa da Rebecca e dal marito e assoldato per sorvegliare la tenuta durante la notte. Da qualche tempo, infatti, si sentono storie di omicidi nella zona: bestie e uomini vengono ritrovati morti la mattina seguente, dilaniati e senza il cuore. Rebecca è affascinata dal ragazzo, che ha modi di fare sprezzanti e si comporta come se avesse vissuto mille vite, nonostante il suo aspetto di circa diciott’anni.
Quest’ultima storia (cioè il livello più profondo del mise en abyme, ambientato nell’America rurale agli inizi del ‘900) è al centro di Company, una sorta di western gotico che si dipana gradualmente attraverso il racconto nei tre piani temporali. È un film in cui succede poco e si parla tantissimo, spesso seduti al caldo davanti al fuoco, al riparo da una condizione atmosferica ostile. Le tre vicende non sono nemmeno le uniche a essere narrate; ci sono anche la storia del misterioso Caleb e del marito di Rebecca (Scoot McNairy), per esempio, perché è l’arte del racconto ad essere la vera protagonista del film.
Le narrazioni vanno a convergere fino, appunto, al colpo di scena finale, che però arriva decisamente tardi, rischiando di perdere lo spettatore lungo il percorso. Non è necessariamente un male, ma richiede una pazienza da parte di chi guarda che il film fatica a guadagnarsi – complice anche la regia austera di Affleck, priva del calore che aveva contraddistinto il suo lavoro precedente.
Ciononostante, Company porta avanti con sorprendente delicatezza un discorso sull’empatia costruita attraverso l’arte di raccontare e tramandare le storie, ma anche sulla possibilità per le persone di cambiare attraverso quello stesso contatto umano. “L’essere umano – recita Rebecca, citando una poesia di Jalaluddin Rumi – è come una casa degli ospiti: ogni mattina un nuovo arrivato. Incontrali alla porta ridendo, e invitali a entrare. Sii grato per chiunque arrivi, perché ognuno è stato inviato come una guida dall’aldilà”.
L’altro lato della medaglia è invece incarnato da Caleb, che viaggia in solitudine per l’America mosso dal rancore per un torto antico e che si rifiuta di accettare il calore offertogli da Rebecca. La rabbia, argomenta il ragazzo, è ciò che lo sostenta e lo tiene vivo: “Se sapessi le storie dei morti sotto ai tuoi piedi, anche tu la proveresti”, rinfaccia alla donna quando lei inizia a sospettare che Caleb sia coinvolto nelle morti misteriose.
Company chiede molto a chi guarda, soprattutto in termini di pazienza, ma ripaga quella pazienza con una profonda fiducia nel potere delle storie e nella possibilità di aprirsi a quelle altrui, piuttosto che lasciarsi consumare dalla propria. Per entrare nel suo mondo bisogna fare esattamente ciò che il film chiede ai suoi personaggi: fermarsi davanti al fuoco, accettare la presenza di uno sconosciuto e ascoltare, lasciando che un racconto ne chiami un altro.