Ha fatto silenziosamente rumore l’assenza di un omaggio a David Lynch sulla Croisette, lì dove, tra entusiasmo elettrizzante e dissenso, l’autore del Montana ha vinto la Palma d’Oro con Cuore selvaggio nel 1990. Così come ha fatto discutere anche il succinto ricordo che gli ha dedicato l’Academy due mesi prima, nonostante il lutto nel mondo del cinema fosse ancora fresco.

A mettere una pezza ci ha provato Stéphane Ghez con il suo documentario David Lynch, une énigme à Hollywood, presentato proprio a Cannes 2025 nella sezione Cannes Classics. Ghez tenta quella che è a tutti gli effetti una missione impossibile: racchiudere la carriera di un regista tanto unico e inclassificabile in 62 minuti.

Per farlo avrebbe potuto muoversi per induzione, ossia partendo dall’analisi plurisprospettica di un singolo film per provare a giungere a una parte del nucleo della poetica lynchiana. Oppure, nel tentativo di tenere tutto insieme, era necessario asciugare fino all’osso, scegliere un approccio storiografico e passare rapidamente in successione la carriera di Lynch, a volo d’uccello. Ed è quello che effettivamente fa.

Il risultato è un documentario più per chi si vuole approcciare a Lynch per la prima volta che per i suoi appassionati o i cinefili tout court. In poco più di un’ora Ghez mette insieme materiali e interviste d’archivio, nuove interviste e brevi sequenze dai film stessi, manovrando il tutto da una ricostruzione della Loggia Nera di Twin Peaks che funge da torre di controllo dell’organizzazione del lavoro.

L’uscita dal nido del Montana, l’approdo a New York, gli esordi come pittore, i primi lavori sperimentali, l’esordio folgorante di Eraserhead, il successo di Elephant Man, il flop colossale di Dune, i film prodotti all’interno dell’industria hollywoodiana, la Palma d’Oro nel 1990, poi la rottura con Hollywood e quindi la decostruzione narrativa ed estetica di Lost Highway e Mulholland Drive, fino al ritorno allo sperimentalismo delle origini di Inland Empire, la lunga assenza e il ritorno all’universo di Twin Peaks. Si passa quindi in rassegna tutta la produzione di Lynch, ma non si capisce perché venga escluso The Straight Story che, per paradosso, assurge ad opera più atipica e inclassificabile dell’autore.

Ghez, all’interno del suo omaggio, si pone quasi come una vestale davanti al tempio della propria divinità. Si accosta alla materia con totale rispetto e propone una via d’ingresso a quello che si delinea come un creatore instancabile di allegorie e simbolismi, di enigmi. E, in effetti, una chiave di lettura, infine, ci viene offerta e arriva proprio dalla voce di Lynch proveniente dal cielo stellato durante i titoli di coda: una voce che sembra giungere dall’iperuranio e che auspica ai suoi spettatori una vita serena, senza malattie, quindi la pace. Il sospetto, anzi la certezza, che dietro la rappresentazione della violenza e della visceralità delle passioni più inconsce e recondite, ci fosse una profondissima umanità l’abbiamo sempre avuta.

Però, alla fine, l’enigma è tale se non viene risolto, se rimane continuamente e infinitamente interpretabile, produttore incessante di senso. L’orecchio reciso e la rosa blu, per citarne soltanto due, continuano ad affollare i nostri sogni e ad interrogarci, lasciandoci la consapevolezza che alcune opere d’arte come quelle di David Lynch non hanno mai una fine.

David Lynch, une énigme à Hollywood è una guida introduttiva perfetta per i neofiti della materia – beati loro – e un nostalgico ricordo per chi ancora non è riuscito a metabolizzare appieno quella brutta notizia arrivata all’inizio del 2025.