Tra i due Batman, Tim Burton apre un’altra parentesi gotica avallata da Twentieth Century Fox, dopo il rifiuto della Warner Bros che ritiene il progetto dell’uomo con le forbici troppo poco commerciale. La fantasia burtoniana nasce da un disegno che il regista aveva realizzato tempo prima e che rappresentava il dissidio di un uomo che non può stringere nulla se non a costo di distruggere ciò che tocca: dal labile confine tra creazione e distruzione, scaturisce l’inquietudine dell’every man di fronte all’altro da sé.

Dalla carta, alle immagini, Edward prende vita, ci si mette dentro Johnny Depp, stretto in un costume nero e borchiato, dal quale spuntano fuori le ormai celeberrime e affilate protesi metalliche. Abbandonato in un castello diroccato dopo la morte del suo inventore (Vincent Price), Edward viene riportato a nuova vita nella cittadina dalla dolce Peggy Boggs che lo integra nella sua famiglia.

La creatura incompleta – ha le forbici al posto delle mani - è espressione di un immaginario che fonde dark e new wave, steampunk e horror barkeriano (il malinconico freak ricorda, tra gli altri, anche il cenobita Pinhead di Hellraiser). Edward mani di forbice non è solo una fiaba gotica dalle atmosfere sospese, ma un terreno cinematografico fertile che accoglie contrasti e parzialità.

Il regista di Burbank lavora di taglio e cucito, come la sua creatura, realizzando un inedito patchwork che ha l’ambizione di unire alto e basso, sacro e profano, registri diversi e stili in contrasto fra loro:  basti pensare al comico, talvolta virante verso lo slapstick, che si sposa al melò carico di intenso lirismo, al dark che si stempera nella commedia degli equivoci, alla ripresa dei modelli del cinema muto americano che lasciano poi il posto a sequenze vicine all’horror venato di meraviglioso.

Il film, che è anche una storia d’amore, trasuda di momenti sentimentali che coinvolgono Edward e la figlia di Peggy, Kim (Winona Ryder), così come la paura, in tutte le sue forme, riempie la scena. Quella che scaturisce dallo sgorgare del sangue color pastello dopo un taglio netto di forbici, che invade i benpensanti tutti omologati e che stritola l’outsider di fronte all’ignoto, o quella che promana dal modello stereotipato dell’America reaganiana e perbenista (colorata e fintamente innocua come la Burbank dell’infanzia di Burton) che Edward fa a pezzi, colpendo la morale borghese (e il fanatismo religioso) con fendenti di lame ben assestati.

Prima della rivoluzione, però, vi sono le tappe di un viaggio di accettazione e di confronto con il mondo dei “normali”: tutti lo cercano, fanno a gara per farsi tagliare i capelli da lui o per vedere le sue mirabili sculture d’erba nei giardini, per esibirlo nelle lezioni scolastiche o semplicemente per fargli assaggiare gustosi manicaretti. Edward, dunque, da freak cercato e poi esibito, si trasforma in un sovvertitore dell’ordine sociale. In questo sta la sostanza politica del film, che diventa forza motrice di un racconto che scardina il sereno way of life della cittadina americana.

Se molti degli elementi di cui si compone il film rimandano a topoi fiabeschi (la neve, il labirinto come archetipo della ricerca di se stessi, il cortocircuito scenografico che situa un oscuro castello dentro un piccolo sobborgo di provincia) o sono amplificati dal poetico tema musicale di Danny Elfman, altri hanno più a che fare con la satira sociale o con la commedia degli equivoci, dando al meraviglioso burtoniano sfumature caricaturali e talvolta perturbanti.