Vedendo Eklipse del regista austriaco Manuel Wetscher, viene subito in mente la delicatezza di Close (2022) del collega belga Lukas Dhont: un’affettuosa amicizia tra due ragazzini viene contaminata dai pregiudizi sociali e dallo stigma nei confronti dell’omosessualità. Se nel film di Dhont è l’ingresso nel mondo scolastico a scatenare commenti e cattiverie nei confronti di Léo e Rémi, portando ad un drammatico allontanamento, qui è “la malattia dei gay” che affligge il padre di Tomy ad incrinare il rapporto con l’amico Chris.

In un caseificio tra le alpi tirolesi, i due amici, accuditi e protetti dalla figura bucolica dello zio di Tomy, condividono quella fase di passaggio puberale, embrionale, in bilico tra il gioco infantile e la pulsione erotica. Tra effusioni e lotte corpo a corpo, iniziano a sperimentare il contatto fisico e i primi pruriti sessuali, guardando incuriositi gli adulti accoppiarsi, con un voyeurismo ancora innocente.

A scandire questo gioco sottile sono le immagini di fluidi naturali: l’acqua, la saliva, il letame, il sangue, il latte delle mucche che, per gioco, i due si schizzano addosso, come a battezzare il processo di maturazione sessuale, di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza. Liquidi vitali e mortali si contaminano tra loro, come il sangue che gocciola dal naso di Tomy sul latte bianco delle vacche. La malattia che nessuno nomina e che gli adulti celano dietro bugie bianche viene continuamente suggerita dalle siringhe e dalle iniezioni somministrate alle mucche malate della fattoria.

Le montagne, i campi e i fiumi vanno a costituire il paesaggio naturale ideale, il locus amoenus incontaminato dove è ancora possibile vivere liberamente il proprio desiderio. Man mano che si scende a valle, la natura cede il passo alla civiltà e ci si addentra tra i bar e i luoghi di aggregazione in cui il veleno del pregiudizio e della chiacchiera inizia a serpeggiare. Eklipse e Close sono due film gemelli, accomunati dallo stesso cuore tematico: la rappresentazione drammatica di una morte. Non la morte fisica, ma quella emotiva. L’esatto momento in cui il corpo cessa di essere un terreno ludico di scoperta ed esplorazione e diviene vittima dello sguardo altrui e del giudizio sociale.

Mario Mieli la chiamava “educastrazione”, ovvero l’inibizione del desiderio aperto, libero, polimorfo, transessuale. Una castrazione sentimentale che porta a reprimere, distorcere fino a cambiare il proprio sentire per adeguarsi ad un ordine sociale e culturale che ci vuole o dentro o fuori, purché si sappia, così da prendere provvedimenti. Il bisogno naturale di riconoscimento nei confronti del gruppo di appartenenza finisce, così, per instillare la paura dell’alterità, del contagio e della contaminazione, congelando la spontaneità del desiderio in favore di uno sterile conformismo.

Con Eklipse Manuel Wetscher mette in scena la dolcezza e il candore delle prime manifestazioni di Eros e la sua successiva mutilazione sociale. L’eclissi solare sembra rappresentare quel momento di mezzo, di passaggio, un bacio astrale che per un attimo sospende il tempo, mettendo in relazione le luci e le ombre, le parole e i silenzi, la vita e il suo negativo: una proiezione momentanea di verità che il cinema ha il dovere di raccontare, finché non si riaccende la luce.