Come rilevato per Felices pascuas (1954), le commedie di Juan Antonio Bardem sono satire di costume che possono essere delineate utilizzando la prima parte del titolo del volume saggistico scritto da Alberto Pezzotta: Ridere civilmente – Il cinema di Luigi Zampa. Per Bardem la commedia è un veicolo – popolare – per raccontare criticamente la realtà del proprio paese.

El puente (1977) è una delle sue opere più note e fortunate, dopo un periodo di film mal recepiti e di altro genere, realizzata durante la cosiddetta “transizione democratica” post franchismo. Ed è una commedia adesa, per stile e umori (e humour “grossolano”), al suo tempo. In particolare per la scelta, come protagonista, di Alfredo Landa, celebre attore di botteghino che, proprio nella decade degli anni Settanta, aveva dato al via al “landismo”, genere comico incentrato su standardizzati personaggi maschilisti e spacconi in una narrazione che lambisce l’erotismo soft (donne nude). Un tipo di film coevi a quelli del nostrano Lando Buzzanca.

Sceneggiato da Juan Antonio Bardem, Javier Palmero e Daniel Sueiro, El puente è un classico road movie, quasi alla stregua di Easy Rider (1969) di Dennis Hopper, nel quale il lungo percorso stradale diviene per Juan un itinerario formativo. Come uno pseudo Candide volteriano, sul suo camino (da Madrid a Torremolinos) vede la – nuova – realtà del Paese.

Un’attualità ancora legata, o succube, del franchismo da poco defunto. Permane la guardia civil, appostata per la strada oppure pronta ad arrestare un gruppo di teatranti dopo uno spettacolo politico. Persiste un’ingiustizia non sanata (la madre fuori dal carcere dove è rinchiuso il figlio per uno sciopero del 1971). Ci sono spagnoli arricchitisi all’estero (Germania) che si fanno beffe del Paese Natale ostentando la loro volgare ricchezza. C’è ancora un razzismo verso gli stranieri, che cercano soltanto un misero lavoro per sfamare la famiglia.

Gli intellettuali si baloccano con invenzioni ecologiche bislacche ma inutili per un concreto miglioramento della società. Nei ceti sociali più poveri (nella provincia) rimane la mancanza del lavoro e di un sicuro sussidio, benché il Governo faccia propaganda. Le nuove generazioni spagnole sono soltanto interessate ai divertimenti: droga e corse spericolate.

Varie situazioni, a cui si aggiunge il tentativo di fuga di un giovane torero o la libertà di pensiero di un gruppo di hippie, che lentamente fanno cambiare la visione della vita a Juan. In particolare la giovane ragazza a cui accidentalmente strappa il vestito, che lo rimprovera per il suo materialismo maschilista.

Il ponte festivo, che doveva essere di puro svago (donne, ozio, mangiate e bevute), diviene una lezione civile per il protagonista. Un percorso formativo che comincia dal dettaglio di un invitante sedere femminile in un succinto pantalone che richiama gli allupati meccanici e si conclude con Juan che decide finalmente di ascoltare alcuni compagni che parlano della delicata situazione lavorativa.

Un cambio di mentalità che si evince da due sequenze speculari, a inizio e fine film, nello spogliatoio dell’officina. Lo sguardo di Juan inizialmente era rivolto ai poster delle donne nude appese alle pareti oppure al guardarsi con vanità allo specchio. Rientrato a lavorare dopo il ponte, si fa male a una mano e per disinfettarsi entra nello stanzino. Il suo sguardo si posa con attenzione sulle scritte politiche sui muri, snobbando quei voluttuosi poster e poi osserva il suo viso allo specchio, capendo che aveva sbagliato tutto.