Secondo atto registico in solitaria di Juan Antonio Bardem, che firma la sceneggiatura assieme a José Luis Dibildos e Alfonso Paso, con la commedia natalizia Felices Pascuas (1954). Un’opera leggera nell’andamento narrativo, molto debitrice di un certo filone neorealista italiano in cui la realtà dell’ambiente sociale – e conseguente aspra critica – era corroborato dall'uso dell’umorismo. 

Per descrivere le commedie di Bardem realizzate durante la dittatura di Francisco Franco è efficace utilizzare il titolo di un saggio di Alberto Pezzotta: Ridere civilmente – Il cinema di Luigi Zampa. È proprio il regista romano, a suo tempo accusato di aver edulcorato il neorealismo (per esempio Vivere in pace), un diretto ispiratore del regista spagnolo.

Nelle coltri della spiritosa commedia albergavano ferine stoccate contro le ipocrisie politiche e religiose, oltreché punzecchiature verso parte del popolo bue. Un ridere civile, ovvero una satira riflessiva. Di pregio – e fortunatamente rivalutato – Anni difficili (1948), una rievocazione dal basso di cosa è stato il Ventennio fascista. Attraverso l’assoggettata vita del povero travet Aldo Piscitello, c’è una panoramica descrittiva di tutto il folklore umano e politico di quegli anni.

Similmente Felices Pascuas è una ricognizione, sempre dal basso, della società spagnola degli anni Cinquanta, nel pieno della dittatura franchista. Anni difficili anche quelli, tra violente soppressioni, ignavia o quieta accettazione del tutto. Nel film non c’è nessuna critica diretta al regime, per non incorrere nella censura, quindi tutto è demandato alla metafora di qualche scena o alle battute dei personaggi.

Attraverso un ameno girotondo, innescato dal furto dell’innocente agnello Bolita, ecco che Felices Pascuas espone in maniera divertita tutte le storture e l’impostura della società spagnola. Un popolo agguerrito soltanto quando si tratta di vincere il Gordo (l’ambita lotteria natalizia) mentre è silente riguardo la precaria situazione economica e l’egemonia politica.

Frecciate sarcastiche alla religione (anche le suore, vendendo l’agnello, pensano rapidamente a come cucinare il dono di Dio) o all’esercito, che appare in tutta la sua idiozia guerrafondaia (giungono a spararsi tra di loro senza sapere perché). E anche una stoccata alla censura nei riguardi di idiomi stranieri e/o dialetti. In Spagna, come accadde anche in Italia, tutte le parole straniere di oggetti comuni furono forzatamente tradotte nella lingua nazionale. L’incomprensibile lingua aliena degli tzigani altro non è che quella spagnola, espressa al contrario.

Una serie d’ipocrisie, finanche erotiche (il ballo della bambina nelle vesti di Salomè è evidentemente lascivo, in un contesto religioso e famigliare), in cui proprio gli tzigani mostrano maggior etica: l’anziano saggio ritiene che l’agnello non possa esser ucciso, perché essere vivente senza colpa. Mentre molti altri agnelli, stipati in treni merci e deportati al mattatoio (unica sequenza documentaristica) sono sgozzati soltanto per adempiere a una festività.

Felices Pascuas, benché sia una commedia fragile nella struttura, resta sia un documento  sulla realtà di quel tempo, sia un esempio cinematografico sui perimetri realizzativi in cui gli autori dovevano restare per poter continuare a lavorare (non tralasciando, però, il loro sguardo critico).