Un volto dai lineamenti non propriamente regolari, spesso attraversato da un ironico sorriso sornione e illuminato da due piccoli occhi cerulei, Gene Hackman è stato uno dei massimi interpreti della New Hollywood, un’autentica leggenda che ha saputo imprimere (con il suo volto eternamente vissuto e la sua corporatura poco aggraziata) un nuovo tipo di iconicità divistica.
In mezzo alla schiera new-hollywoodiana di giovani, belli e impossibili (da Robert Redford a Warren Beatty), si staglia come un cazzotto rivoluzionario il roccioso e maturo Gene Hackman, assurto allo status di divo e protagonista assoluto già quarantenne.
Hackman è giunto alla ribalta nel 1967, con il dirompente capolavoro Gangster Story diretto da Arthur Penn (che lo volle nuovamente con sé come mattatore otto anni dopo in Bersaglio di notte) nel ruolo di Buck Barrow, grazie al quale ottenne una candidatura agli Oscar e ai Golden Globe come attore non protagonista, anche se la sua icona nacque quattro anni dopo con l’amorale poliziesco Il braccio violento della legge di William Friedkin.
Jimmy Doyle, detto Popeye per i suoi modi maneschi (in italiano tradotto inspiegabilmente con Papà) è la perfetta rappresentazione fisiognomica e caratteriale del divo Hackman, un poliziotto dell’antidroga sboccato, rissoso e insofferente alle regole (con il suo immancabile pork pie hat). Gene difatti, pur avendo attraversato diversi ruoli e generi lungo la sua nutrita carriera (da lui interrotta nel 2004 dopo aver interpretato la commedia Due candidati per una poltrona), ha sempre mostrato una certa avversione all’uniformità di ruolo, i suoi villains o i suoi antieroi non erano mai strettamente legati al canone, grazie a un phisique du role recalcitrante come un toro da rodeo e a una presenza scenica che spesso si imponeva con anarchica e mostruosa bravura.
Nel novero di capolavori della Nuova Hollywood, oltre a quelli già citati e ovviamente al celeberrimo La conversazione di Francis Ford Coppola (sulla paura dilagante delle intercettazioni in epoca Watergate), Hackman interpreta Lo spaventapasseri di Jerry Schatzberg in coppia con Al Pacino, vestendo i panni dello scorbutico e rude Max Milian ex detenuto pronto a rifarsi una vita.
Scarecrow è un road-buddy movie su due outsider a zonzo in un’America fredda e inospitale, in cui Gene fonde nel proprio personaggio gli acri umori della commedia amara e la disperazione lacerante della tragedia umana, all’interno di una società senza possibilità di riscatto.
Ma la ruvida ironia di Hackman trapela anche nel bellissimo sequel Il braccio violento della legge n° 2, firmato da John Frankenheimer, dove in mezzo alla violenza dilagante e disturbante della vicenda, l’ironia di Popeye Doyle si fa ancora più acuminata e sardonica.
Nella memoria collettiva Hackman resta uno dei cattivi per antonomasia del cinema statunitense, avendo spesso interpretato durante la sua carriera figure corrotte e crudeli, come il perverso e vizioso Mary Ann di Arma da taglio (un autentico cult da riscoprire), che con estrema disinvoltura vende ragazze come fossero quarti di bue, oppure il violento sceriffo Bill Daggett in Gli spietati di Clint Eastwood e ancora il diabolico Avery Tolar ne Il socio di Sidney Pollack, una lunga galleria di personaggi sordidi e amorali, che nel corso del tempo ne hanno fatto un volto-villain di riferimento.
Ma Gene, grazie al suo indomito carisma, ha rivestito anche ruoli brillanti e in alcuni casi persino irresistibilmente comici, come l’eremita cieco di Frankenstein Junior dove insieme a Peter Boyle (nel ruolo della creatura) mette in scena gags da antologia, oppure il suo gigionesco Lex Luthor nei Superman con Christopher Reeve, dove a fianco di Ned Beatty crea una coppia da slapstick comedy e ancora in Piume di struzzo (remake americano de Il vizietto), come senatore moralista che finisce per esibirsi sulle note di We Are Family vestito come una drag queen.
Hackman è stato un autentico genio della recitazione, in grado di far emergere la proprie sfumature interpretative anche in prodotti puramente mainstream o addirittura poco riusciti e senza quasi mai scadere nell’autoreferenzialità da fan service, come invece spesso è accaduto a De Niro negli ultimi vent’anni. L'ultimo appello di James Foley non sarà di certo un thriller drama di ottima fattura, eppure Hackman come anziano ex militante del Ku Klux Klan condannato a morte lascia il segno, come nella sgangherata commedia Heartbreakers - Vizio di famiglia nel ruolo del vecchio scapolo amante dei sigari William B. Tensy, che pare quasi una sorta di Groucho Marx inserito all’interno di una commedia scollacciata alla Mariano Laurenti e questo può bastare per farne un cult.
L’Hackman’s touch è come un’inconfondibile zampata di classe che gli ha permesso di nobilitare anche parzialmente prodotti non propriamente alti, ma soprattutto di tratteggiare con estrema eleganza e senso della misura il suo miglior character degli anni Duemila, Royal Tenenbaum.
Il capofamiglia bugiardo, anaffettivo e immaturo nella malincomica commedia di Wes Anderson resta forse la sua ultima grande interpretazione, un calibrato amalgama di ironia canagliesca e profonda solitudine, un personaggio amabile e detestabile al tempo stesso che solo Gene era in grado di rendere così bene.