Hamnet, il romanzo della scrittrice nord-irlandese Maggie O'Farrell pubblicato nel 2020, è una densa e lirica immaginazione della vita della famiglia di William Shakespeare, ricca di riflessioni interiori e di sontuose descrizioni del mondo fisico. Sembrerebbe, a leggerlo, quasi impossibile tradurlo in un film; eppure, la regista premio Oscar Chloé Zhao ci ha provato, scrivendo la sceneggiatura con O’Farrell e il risultato è un dramma solenne e potente sulla catarsi trasformativa del dolore. In un istante universale, un dolore privato si trasforma in una delle opere teatrali più potenti che il mondo abbia mai conosciuto.

In questo lungometraggio Zhao infonde lo stesso mix di struggimento e bellezza che pulsava nei suoi film precedenti, come The Rider (2017) e il pluripremiato Nomadland (2020), ma in più Hamnet è anche un film ardente e ricco di emozioni, riuscendo in un perfetto equilibrio a non scivolare mai nel sentimentalismo.

Hamnet era, secondo i documenti dell’epoca, il figlio di Shakespeare, morto in giovane età probabilmente a causa della epidemia di peste nera che afflisse l’Inghilterra nel 1600 e che si ritiene abbia ispirato il titolo di Amleto, la storia del giovane principe di Danimarca che incontra una fine tragica. Ciò che O'Farrell e Zhao immaginano è che la scrittura di Amleto sia stata un esercizio sul lutto, un modo per Shakespeare di onorare il figlio e dirgli addio.

L’incipit del film introduce l’incontro del giovane William (Paul Mescal), allora insegnante di latino, con Agnes Hathaway (Jessie Buckley) una donna solitaria e stravagante di cui gli abitanti del villaggio sussurrano strane storie. William è attratto proprio da quella stranezza, dall'individualità che finirà per caratterizzare gran parte della routine domestica della famiglia. Zhao dedica parecchio tempo a questi primi giorni, tempo degli anni in cui Hamnet (Jacobi Jupe) viveva felicemente nella casa insieme alla sua gemella, Judith (Olivia Lynes), e alla loro sorella maggiore, Susanna (Bodhi Rae Breathnach) prima di sparire precocemente dal mondo e far sentire il dolore incolmabile della sua assenza.

Mescal, nel ruolo di William, utilizza un’ampia gamma espressiva, dalla seduzione alla disperazione. Ma è Jessie Buckley ad essere semplicemente prodigiosa nell’avvolgere completamente il climax del film dando respiro e corpo sbalorditivi al ritratto di una donna e di una madre che perde un figlio. Agnes è una strana creatura proveniente da una stirpe di donne che sanno vedere oltre il visibile, scivolando nella fiaba o in un regno mitico.  La incontriamo per la prima volta rannicchiata sotto un albero nella foresta, come una creatura vestita con un abito rosso; c’è qualcosa di misterioso persino nella sua voce bassa e melodica che, a volte si trasforma in silenziosi e urlanti parossismi di dolore.

Il film brilla principalmente per la felice interpretazione, intensamente sentita, dei due protagonisti.