La La Land, nuovo, attesissimo musical di Damien Chazelle,  gioca in modo intelligente con i cliché del genere, strutturando una storia morale su un impianto all’apparenza frivolo perché sentimentale. La base della vicenda è infatti la love story tra un’aspirante attrice e un frustrato ma talentuoso pianista jazz. Cominciamo a occuparcene di seguito, promettendo altre letture del film a breve.

Ciò che rende La La Land un film assai poco superficiale è l’asservimento di grandi apparati tecnici (basta la strabiliante sequenza d’apertura a farci capire le potenzialità del mezzo cinematografico) a un discorso molto profondo sulla generazione dei precari, dei giovani sognatori che vogliono vivere d’arte e devono continuamente scontrarsi con le sconfitte, le umiliazioni e le bollette da pagare.

L’eccezionale regia di Chazelle, studiatissima nei piani sequenza come nei dialoghi in campo/controcampo (magistrale la cena a sorpresa che degenera), riesce a rielaborare un impianto di genere codificato come quello del musical aggiornandolo, sia per temi sia per tecniche, agli anni duemila. La padronanza del linguaggio cinematografico da parte del regista-sceneggiatore americano è assai più matura rispetto ai tempi di Whiplash: qui riesce a creare una vera connessione tra forma e sostanza, tra materia ed espressione, da un lato rimanendo in equilibrio tra omaggio e citazione dei capolavori del genere, dall’altro rinunciando a un’esibizione registica fine a sé stessa allo scopo di garantire allo spettatore un’immersione totale nel mondo che vuole raccontare, ottenuta anche grazie allo splendido lavoro sulla fotografia operato da Linus Sandgren.

Pur senza rinunciare a elementi che potremmo ormai individuare come sue cifre stilistiche (le brevi panoramiche a schiaffo nei dialoghi musicali, ad esempio), in quest’opera Chazelle riesce a coniugare virtuosismo tecnico con necessità narrative: il fatto che i protagonisti siano artisti gioca a favore, ma i numeri musicali – basati sulle canzoni di Justin Hurwitz (musiche), Benj Pasek e Justin Paul (testi) – hanno sempre una contestualizzazione drammatica e non costituiscono un puro sfoggio virtuosistico, come invece accadeva talvolta nel suo lungometraggio precedente. E l’elemento musicale assurge a protagonista non soltanto a livello di trama ma proprio a livello di struttura del racconto: la ripartizione in capitoli corrispondenti alle stagioni struttura la narrazione come una suite musicale e la “riscrittura visiva” della storia durante l’ultima esibizione di Sebastian conclude il film come un rondò, instaurando un dialogo tra passato e presente ma soprattutto tra realtà e mondo ipotetico.

Assistiamo all’esplorazione musicale e cinematografica di uno di quei “what if” che a volte riempiono i pensieri della generazione dei trentenni di oggi, eseguita con grande energia in nome di un messaggio positivo che Chazelle pare voler indirizzare a tutti gli aspiranti artisti, interrogandoli persino sul senso del destino: i sogni possono non coincidere con la realtà ma sono comunque fondamentali per vivere.

Alessandro Guatti – Associazione Culturale Leitmovie