Visto in anteprima mondiale nella prestigiosa cornice della Piazza Grande del Festival di Locarno, Il Cileno di Sergio Castro San Martin arriva sugli schermi italiani con tutte le aspettative suscitate da un debutto così prestigioso e da un argomento ancora poco esplorato dalla nostra cinematografia, gli Anni di Piombo e il terrorismo rosso, per di più con la garanzia di accuratezza storica, essendo il film “ispirato ad eventi reali”.
Nonostante questa rassicurazione, tuttavia, gli elementi più interessanti di Il Cileno ci sono sembrati proprio quelli che distorcono e deformano la Storia, a partire da quelli formali, come la fotografia perennemente sfocata, sovraesposta o alternativamente avvolta nella nebbia urbana delle notti torinesi degli anni settanta, e alcuni elementi metacinematografici, come il commissario di polizia interpretato da Gaetano Bruno che sembra un omaggio a Enrico Maria Salerno - Bertone di La polizia ringrazia.
Queste componenti sembrano contraddire anche la sola possibilità di fare chiarezza su un periodo storico ancora oscuro e caratterizzato da trame e intrecci non facili da dipanare e che sfumano velocemente in finzioni e teorie di complotti. I tentativi di capire queste trame e intrecci, come i costanti paralleli che vengono stabiliti tra l’Italia degli anni settanta e il Cile di Pinochet, sono forse la cosa meno riuscita e convincente del film, insieme alla recitazione e alla caratterizzazione un po’ manierata, ad iniziare dallo stesso protagonista, con lo sguardo perennemente torvo, e dai compagni terroristi, eterni bambini viziati della ricca borghesia italiana.
Aldo (Camilo Arancibia) è un minatore cileno esperto in esplosivo che milita nella sinistra, insieme all’amico Chapa (Andrew Bargsted). Il consolidamento del golpe militare del Generale Pinochet in un regime totalitario di polizia, induce i due amici a cercare nel 1976 rifugio politico in Italia. Per Aldo questo significa lasciare in Cile la moglie e il figlio neonato. I due rifugiati arrivano nella Torino del Sindaco Diego Novelli dove, come nella nazione intera, le esplosioni e gli attentati del terrorismo sono all’ordine del giorno mentre si manifesta per la legalizzazione dell’aborto e per l’autodeterminazione femminile.
Per la sua esperienza con gli esplosivi, il Cileno viene contattato da un gruppo di sinistra che gli chiede di fabbricare bombe. All’inizio Aldo accetta il lavoro per soldi, concordando solo la fabbricazione degli ordigni, non la loro installazione. Tuttavia, poco a poco, gli obiettivi della lotta armata diventano anche la sua battaglia, aprendo nuovi scenari nella sua vita sospesa, politicamente e sentimentalmente, tra le due nazioni.
Aldo si accorge, infatti, che Torino e Cile sono realtà speculari, come la prima inquadratura della città sottolinea: un movimento continuo verso l’alto della macchina da presa dal deserto cileno ai tetti sabaudi e alla guglia della Mole, ripresi che scendono all’ingiù dalla parte alta dello schermo. Il film costruisce diversi parallelismi tra la situazione italiana e quella cilena: i discorsi delle autorità di polizia cilena con l’annuncio del coprifuoco e delle misure repressive trovano eco nelle dichiarazioni del Commissario Russo e risuonano nella mente di Aldo mentre vaga per le strade di Torino.
Ancor più significativa la violenza contro le donne: la brutalità della polizia cilena contro la moglie di Aldo trova un corrispettivo in quella della polizia italiana contro Luciana (Sara Serraiocco), sorella del leader terrorista Enrico (Lorenzo Richelmy) che aiuta le donne ad abortire, ma che, in una delle sfumature più interessanti del personaggio, cercherà anche consapevolmente la maternità.
Una materia complessa, come si può capire, che apre dibattiti ancora rilevanti e contemporanei ma che, nei cento minuti del film, rischia di essere semplificata senza tuttavia raggiungere quel ritmo sostenuto adatto ad un poliziesco, per quanto politico, e con incastri di tradimenti, delazioni e contatti tra opposte fazioni non sempre così chiari nei passaggi della sceneggiatura.