Danimarca, 1945. Nel difficile periodo successivo alla fine della Seconda guerra mondiale serpeggia tra le strade danesi un clima di sospetto e di paura, dove ogni pettegolezzo può trasformarsi in una rappresaglia da parte della resistenza antinazista. Marie (Mathilde Arcel) fa la bambinaia e la domestica per Christian, un uomo ricco e più anziano (Carsten Bjørnlund) rimasto vedovo da poco ma già pronto a risposarsi con lei.

Da subito è evidente che Marie e il padrone di casa non abbiano un vero e proprio rapporto sentimentale: i loro scambi durante il giorno sono di natura esclusivamente pratica, mentre di notte sono di tipo unicamente sessuale. È altrettanto chiaro che Marie aspiri meno a una scalata sociale per arrivismo o esigenze economiche e più per un legame che la farebbe sentire al sicuro, in quanto moglie di un industriale di alto profilo.

Il motivo di questa esigenza diventa più chiaro quando la donna – recandosi da una sarta per adattare il vestito da sposa della prima moglie di Christian – incontra Karl (Thorbjørn Hedegaard), con cui aveva avuto una relazione anni prima. Karl la costringe prima a trascorrere del tempo insieme e poi, quando capisce che Marie è in procinto di sposarsi, minaccia di rivelare a Christian che la donna ha avuto una relazione con un soldato tedesco durante la guerra.

In un clima politico in cui le donne sospettate di aver avuto rapporti con il nemico sono svestite in strada, picchiate e marchiate con svastiche rosse, Marie non può permettersi di rischiare che l’informazione macchi la rispettabile immagine di sé che si è costruita con fatica. Eppure, con la comparsa di una svastica sulla porta di casa, la relazione con Christian inizia a vacillare e le voci tra le domestiche iniziano a circolare.

La regista May el-Toukhy esplora con Woman Unknown (in danese Kvinde ukendt) la pervasività del controllo patriarcale sulle donne nel secondo dopoguerra, evidenziando come la fine del conflitto militare non abbia significato la fine della violenza sui corpi femminili. Quante delle donne che hanno avuto rapporti con nazisti l’hanno fatto per propria scelta e quante per necessità di sopravvivenza? Cosa costituisce davvero una ‘scelta’, in quelle situazioni? Perché Christian, un industriale, può raccontarsi di non avere avuto alternative quando ha scelto di continuare a vendere i suoi prodotti ai tedeschi, mentre le donne devono essere umiliate in pubblica piazza per una relazione?

La violenza patriarcale, naturalmente, non si esaurisce in questo doppio standard. Marie è terrorizzata di perdere ciò che è riuscita a costruire al punto da condurre una vita priva di leggerezza, dove ogni gesto è calcolato: el-Toukhy sottolinea questa chiusura maniacale al mondo esterno attraverso un gioco continuo di specchi e di vetri scanalati, in cui la figura di Marie si raddoppia o sfuma. Anche l’ambientazione e l’interpretazione di Arcel giocano un ruolo in tal senso, con pochissime scene in esterno, un’espressione sempre controllata sul volto della protagonista e una quotidianità fatta di piccoli gesti, come chiudere sempre a doppia mandata la porta di casa.

L’esistenza di Marie, in sostanza, è dedita ad accomodare gli uomini che la circondano pur di non subire ripercussioni. Si scoprirà, per esempio, che la donna assume oppiacei ogni sera per lenire il dolore dei rapporti col suo promesso sposo, causato da lesioni cicatrizzate dopo una gravidanza interrotta. La scoperta, peraltro, avviene durante una visita ginecologica che tocca il tema della medicina di genere: nonostante il medico curante sia gentile e disponibile, l’uso dello speculum su Marie è inquadrato anch’esso come uno strumento patriarcale nella misura in cui è usato per penetrarla con scarsa delicatezza, provocando dolore. Christian, invece, – e i colleghi con lui, e Karl non è da meno – esercita una violenza basata sul predominio, manovrando Marie come un manichino senza opinioni o sentimenti.

È evidente, insomma, come uno dei temi di Woman Unknown sia l’alienazione dal proprio corpo come diretta conseguenza di un controllo patriarcale pervasivo e, soprattutto in quegli anni, inevitabile: provare a emanciparsene, rivendicando identità e scelte personali, esponeva le donne a punizioni immediate.

Tuttavia, la scelta più interessante – el-Toukhy ci chiede di sospendere il giudizio di fronte alle azioni di una donna algida, lontana dall’essere una vittima ideale della violenza storica che racconta – è depotenziata da una narrazione perlopiù convenzionale, che si inserisce senza particolare originalità nel solco dei film ambientati in quel periodo storico.

Woman Unknown ha insomma il merito di interrogare la zona grigia tra scelta e necessità, raccontando la storia dimenticata delle ‘collaborazioniste orizzontali’; la sua denuncia, però, resta più forte del film che la contiene. In questa operazione, il corpo di Marie diventa il campo di battaglia su cui si esercita un potere dalla violenza multiforme, mentre el-Toukhy fatica a trovare una forma altrettanto incisiva per raccontarlo.