“Ma i giornali seguono le tendenze della gente o le creano?”, chiedeva una delle protagoniste di Numero zero di Umberto Eco. Il romanzo, l’ultimo scritto dall’autore, raccontava le vicende della redazione di un quotidiano emergente nella Milano degli anni Novanta, progettato per essere utilizzato a fini politici e poi fallire già nella sua fase di gestazione. “Tutte e due le cose – è la risposta del capo redattore –. La gente all’inizio non sa che tendenze ha, poi noi glielo diciamo e loro si accorgono che le avevano. Non facciamo troppa filosofia e lavoriamo da professionisti”.
Con Ink il regista Danny Boyle pone ai suoi spettatori un dilemma affine. Il film, tratto dalla pièce teatrale di James Graham, racconta la parabola ascendente del tabloid britannico The Sun, acquistato nel 1969 dal magnate della comunicazione Rupert Murdoch (Guy Pearce) e diventato da allora una delle testate di punta dell’informazione scandalistica. Affidato alla direzione dell’ex editor del Daily Mail Larry Lamb (Jack O’Connell) con la precisa indicazione di superare la testata in copie vendute, The Sun si propone da subito di parlare alla pancia del Paese, sfidando lo stile ingessato e paternalista della stampa britannica con titoli urlati e tematiche più leggere.
Tra foto suggestivamente erotiche e sordide storie di cronaca nera, The Sun arriva in breve tempo a guadagnarsi un posto nella storia della yellow press, la stampa scandalistica già sdoganata da Pulitzer e Hearst nell’America di fine Ottocento. A differenza dei suoi antenati, tuttavia, il tabloid inglese ha la fortuna di nascere in una fase ancora florida del consumismo ottimista e sfrenato del dopoguerra, oltre che nel pieno della rivoluzione sessuale, e di poter sfruttare il periodo storico a suo vantaggio.
A cosa pensa, del resto, una persona qualunque non appena si sveglia alla mattina? Cosa le interessa realmente?, chiede Lamb alla collega Jules (Claire Foy) durante una riunione di redazione. La risposta, naturalmente, è che la persona comune è interessata al meteo, alla televisione, al sesso, all’oroscopo e ai gadget in omaggio, non alla politica estera. E la linea editoriale del Sun deve essere, semplicemente, accontentarla. Non importa se all’inizio le prime pagine del quotidiano faranno scandalo, o se le interviste sono piene di giochi di parole imboccati alle persone intervistate dagli stessi reporter per creare titoli accattivanti: i lettori hanno un gran bisogno di leggerezza, trasgressione e gadget gratis, e i giornalisti non vedono l’ora di soddisfarlo.
La rivoluzione di Lamb e Murdoch è messa in scena da Boyle come un’arma a doppio taglio. È vero che, da un lato, The Sun è stato apripista per un tipo di giornalismo più sfrenato e meno deontologico, tanto disinteressato alla verità quanto incurante delle conseguenze delle proprie azioni. Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: alle soglie degli anni Settanta, il suo stile svergognato e ‘rumoroso’ ha contribuito a svecchiare una comunicazione altrimenti impostata e rigida, e c’è un motivo (ci ricorda lo stesso film) se il tabloid era percepito come una ventata di aria fresca da chi lo acquistava.
Questa ambivalenza è restituita dalla felicissima intuizione di raccontare la storia del tabloid come una storia di rivalsa, coinvolgendo lo spettatore e rendendolo complice delle scelte spregiudicate dei suoi protagonisti. L’esaltazione di assistere all’escalation di quelle scelte è pari alla consapevolezza di trovarsi davanti a un punto di svolta – anzi, di non ritorno – nella storia della comunicazione di massa: è un ipnotico, elettrizzante, disastro al rallentatore.
Il ruolo dell’informazione, si chiede Ink, è davvero reggere uno specchio di fronte ai suoi lettori, rifletterli per ciò che sono e per le tendenze che hanno? O magari, piuttosto, la stampa dovrebbe rappresentare una finestra sul mondo e guardare avanti, oltre gli occhi che la leggono? Un giornale non dovrebbe, insomma, mediare criticamente l’accesso dei cittadini alla realtà che li circonda? I protagonisti preferiscono non indugiare troppo su questo dilemma, e lo spettatore può solo seguirli nelle loro scelte; l’obiettivo del loro giornale, d’altronde, è unicamente vendere giornali.
Ma stampare sempre più copie può diventare una dipendenza: una malattia professionale, prendendo in prestito le parole di Gian Maria Volontè in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, contratta durante l’uso permanente e prolungato del potere. Un potere d’inchiostro che, nelle mani sbagliate, non può che scegliere di sacrificare la verità pur di continuare ad alimentare sé stesso.