Aspettavamo al varco Simone Bozzelli che, dopo il suo primo lungometraggio Patagonia (2023), avrebbe dovuto adattare per il grande schermo il pluripremiato romanzo di Nicola Lagioia, La città dei vivi (2020), ispirato al celebre episodio di cronaca nera che sconvolse la metropoli romana nel 2016 e che coinvolse il ventiduenne Luca Varani, assassinato per mano di Marco Prato e Manuel Foffo.
Lontano dallo stile sporco e violentemente torbido che caratterizzava l’opera prima del giovane regista abruzzese – che perfettamente si sposava con il materiale di partenza –, il film diretto Edoardo Gabbriellini depaupera la complessa e stratificata intelaiatura drammaturgica, sapientemente costruita dallo scrittore pugliese, riducendo i grandi temi morali e sociali del racconto a una storia d’amore dall’epilogo tragico.
Non sorprende che i Fratelli D’Innocenzo (con cui Bozzelli, non a caso, aveva già collaborato) abbiano ritirato la propria firma dalla sceneggiatura di un film che appiattisce il lavoro di ricerca, selezione e montaggio architettato da Lagioia: un collage di interviste, testimonianze, documenti e riflessioni personali che l’autore, insieme al lettore, rielabora per indagarne gli oscuri significati universali, riaccendendo il dibattito su quella “banalità del male” che tanto inquietò il Novecento.
Realtà e finzione si sovrappongono, i piani si confondono, i punti di vista si moltiplicano e si contraddicono, in un affascinante affresco che ha come teatro una Roma maledetta, putrida, appestata, scissa tra la grande metropoli multiculturale e la squallida decadenza di una città prigioniera della propria rogna, che “tornava a crescere non appena la si lavava via”.
Una Roma che nell’adattamento cinematografico risulta anonima, asettica, quasi assente, ridotta ad essere letteralmente scenografia del nuovo film di Edoardo Gabbriellini e non un personaggio fondamentale del racconto, che trasuda sangue e sporcizia – come il Colosseo nell’incipit del romanzo – e che respira e rantola all’unisono con i propri personaggi.
A Ivonne Capece bastano poche ed essenziali scenografie e i corpi pulsanti dei propri attori per accendere le tematiche urgenti che il romanzo propone nel suo recente adattamento teatrale. Una violenza cieca, frutto di un edonismo sfrenato, di matrice sadiana, un nichilismo dopato che non può più dare la colpa al sole, come lo Straniero di Albert Camus, apatico e indifferente di fronte ai dolori del mondo.
Il novello Meursault contemporaneo scappa dal proprio vuoto esistenziale, dalla mancanza di senso, per andare alla ricerca costante di uno stimolo, di un impulso, di uno specchio narcisistico, di una conferma di esistenza, qualcosa che lo faccia sentire vivo a costo di avvicinarsi alla morte.
Di questa condizione tragica dell’essere umano moderno, nell’adattamento cinematografico di La città dei vivi, non c’è neanche l’ombra. L’anima nera del romanzo di Lagioia è addomesticata da una messa in scena asfittica, ovattata, inodore, che incornicia la semplicità della vita quotidiana del giovane Luca (Emanuele Maria Di Stefano), spezzata all’improvviso per essere incappato per caso nelle persone sbagliate, come uno sfortunato pinocchio metropolitano.
Edoardo Gabbriellini riesce nell’ardua impresa di trasformare un’opera sovversiva, violenta, dai grandi temi filosofici, in un’innocua fiction allineata, azzerando la complessità dei caratteri psicologici per rendere inoffensiva ogni possibile provocazione e discussione morale. Lo specchio resta rassicurante, anche questa volta i mostri non siamo noi.