Sono trascorsi 60 anni (1966) dalla pubblicazione di questa “monografia di Guido Fink” che occupava gran parte del fascicolo numero 16 di Cinestudio. Rileggere oggi queste pagine è un’esperienza che si svolge su più livelli – cinematografico, storico, politico. Molti presidenti si sono succeduti negli USA dal 1966: Lyndon B. Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, George H. W. Bush, Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama, Joe Biden e Donald Trump: cinque democratici, sei repubblicani. Molti film sono stati girati, censurati, celebrati. Molti attori e attrici hanno vinto la statuetta dell’Academy Award. Molti fatti sono successi: gli omicidi di Martin Luther King e Malcolm X, lo sbarco dei primi uomini sulla Luna, l’11 settembre, la pandemia, gli omicidi di George Floyd, di Renée Good e Alex Pretti, i MAGA e l’ICE, i dazi all’Europa e le minacce alla Groenlandia. Come in un film il cui ritmo accelera e il cui genere si ibrida con altri, la Storia si è tinta di horror, di noir, di splatter. Forse, leggendo queste pagine potremo comprendere meglio come siamo arrivati al punto dove siamo. Forse, ci limiteremo a sorridere delle paure di sessant’anni fa; i più anziani di noi si rivedranno bambini, forse, o adolescenti; ai più giovani sembrerà magari di entrare nel Giurassico. In ogni caso, c’è un filo rosso che collega fatti e persone, la storia e la cinematografia, la realtà e l’immaginazione. E potete star certi che lo troverete.

(Alessandra Calanchi - La studiosa ha anche curato questa pubblicazione a puntate).

***

 

4 – L’anno zero

 

… La guerra atomica, una volta che i superstiti fossero usciti dai loro rifugi,

sarebbe seguita da una lotta selvaggia per l’esistenza.

 

(WALTER LIPPMAN)

 

A Tito Ranieri, che unico finora si è occupato in modo organico del filone fantapolitico, in uno scritto assai vivo e intelligente pubblicato in occasione del II Festival triestino del film di fantascienza, Gli uccelli non interessa gran che; ma lo ha colpito la citata scena del ristorante: “quando Tippi Hedren ripara nell’emporio e trova gli abitanti di Bodega Bay addossati alle pareti, raccapricciati e immobili, come la folla nelle cantine durante i bombardamenti; e il loro scoppio d’odio verso la forestiera, in uno stridore da stregoneria e da linciaggio.

Questi sono i contrassegni più sgomentanti della fine del mondo: il preannuncio che gli scampati comincerebbero il mondo nuovo massacrandosi a vicenda” [1]. Su questo particolare argomento il cinema è stato abbastanza prodigo di suggerimenti: i più equivoci ci sembrano proprio quelli della citata Ultima spiaggia, dove il produttore regista Stanley Kramer, pur ottenendo gli elogi della stampa progressista e gli attacchi del Pentagono, non era riuscito a tradurre in immagini efficaci le sue eventuali ragioni umanitarie e pacifiste.

Ormai vicini a una spaventosa morte collettiva, i protagonisti del film – superstiti della terza guerra, rifugiati sulle coste dell’Australia, ancora momentaneamente non raggiunta dalla ricaduta radioattiva – non avevano mai il minino accenno di ribellione: vivevano una serie di storielle sentimentali perfettamente ortodosse e hollywoodiane (anche se si trattava, per le coppie, di scegliere un luogo per morire anziché un luogo per vivere), mentre sullo sfondo le istituzioni fondamentali della società – famiglia, esercito, chiesa, governo, - mantenevano intatto il loro prestigio.

Stanley Kramer intendeva forse contribuire alla pace fra i popoli; ma in pratica dimostrava soltanto come gli americani e i membri del Commonwealth avrebbero saputo morire con ordine e con disciplina, da bravi soldatini di legno; e il suo mondo finiva (proprio come quello di Eliot, a cui si rifaceva il titolo originale del libro e del film) “non con un’esplosione ma con un lamento”. Più interessante, almeno sul piano genericamente “ideologico”, La fine del mondo di Ronald McDougal, dove due uomini e una donna, soli sopravvissuti, si aggirano per una New York ridotta a cumuli di rovine, e sono vittime ancora del pregiudizio (uno dei due uomini è un nero)*; e senza dubbio più realistico, impressionante, il lento approssimarsi allo zero assoluto quale viene ritratto nel film inglese di Val Guest …e la terra prese fuoco (The Day the Earth Caught Fire, 1961), dove una Londra indaffarata e quotidiana assiste dapprima dubbiosa poi terrorizzata agli sconvolgimenti atmosferici provocati dai giochi pericolosi dell’uomo. Ma l’opera più significativa in questo ambito, anche se sul piano del mestiere risulta indubbiamente la più sprovveduta, è un film di Ray Milland, Il giorno dopo la fine del mondo (Panic in year zero, 1962).

Ray Milland non si preoccupa tanto della guerra (che pure, qualcuno, da qualche parte sta combattendo) quanto dei problemi del fronte interno, delle difficoltà che i protagonisti incontrano per sopravvivere, in una California in preda al panico, ritornata alla barbarie preistorica. I nemici sono gli amici e i vicini di ieri: si tratta di comperare le ultime provviste di cibo e di benzina prima che arrivino gli altri, di evitare i posti di blocco, di difendersi con ogni mezzo dai “rivali” (non dimentichiamo che nei giorni della crisi di Cuba, i generi più venduti negli stores di tutti gli Stati, oltre i pacchi per sopravvivere e le radio a transistors, erano proprio le armi da fuoco).

Il protagonista del film è stato sorpreso dalla guerra mentre si trovava in gita di fine settimana con la famiglia: non è più questione di difendere la casa, o i genitori della moglie rimasti sotto le macerie di quel che fino a poche ore prima era Los Angeles, ma di rinserrarsi nel proprio trailer: mezzo di trasporto che, si è recentemente calcolato, costituisce l’unica e non fissa dimora per quasi due milioni di cittadini americani. Quando la casa con le ruote diviene malsicura, non resta che la caverna; e quando il figlio più piccolo del protagonista si diverte a disegnare modelli di automobili sulle pareti della grotta, la dimensione “preistorica” è già stata raggiunta da un pezzo.

Il mondo selvaggio e scatenato dell’anno zero è un luogo comune della letteratura d’anticipazione; ma il film di Milland, purtroppo, si rifà alla tecnica dei fumetti più che a quella di qualsiasi letteratura pur corrente: da una comic strip sembrano usciti quei cattivi che violentano la figlia, e le stesse preoccupazioni moralistiche della moglie (Teresa Wright). Harry Baldwin (che è lo stesso Milland) e suo figlio maggiore, sia pure per legittima difesa, devono uccidere e predare: risaliranno la china, o siamo tutti destinati, se sopravviveremo, a precipitare all’indietro verso gli abissi pretribali? Quando ogni speranza sembra abbandonata, ecco qualche accenno di civiltà: un dottore che è rimasto nel suo villaggio distrutto, un sentimento che nasce fra il figlio di Harry e una ragazza sottratta ai “cattivi”. È l’alba dell’anno uno: il ciclo, forse, lentamente riprende a progredire. Purché passato e presente non coincidano in un’unica agghiacciante immagine di morte, come nell’inizio e finale de La jetée (1963) di Marker.

 

* Guido Fink utilizza qui il termine “negro”, a cui noi abbiamo sostituito “nero” come richiede la correttezza politica. Per i lettori più giovani, è importante però precisare che negli anni Sessanta l’aggettivo era spesso usato, come qui, in senso non denigratorio, e che Guido Fink era tutto il contrario di razzista.

 

[1] TINO RANIERI, “Coniugate al futuro le angosce del presente”, nel catalogo della Mostra retrospettiva del II Festival Internazionale del Film di Fantascienza (Trieste, 9-18 luglio 1964). È questo l’unico scritto organico sull’argomento “fantapolitica”, oltre a un più modesto, ma informato, Politica e fantapolitica nel cinema americano, di GIANCARLO MONTERISI, in Cinecircoli, Roma 1965. Cfr. anche, sempre sull’argomento, “Due moniti severi per il futuro dell’uomo”, di F. CALDERONE, in Mondo operaio, XVII, 4, Roma 1964.