La provincia americana è da sempre, nella letteratura come nel cinema, territorio privilegiato per provare a snidare le contraddizioni di una società, di un ambiente sociale, di un gruppo di persone. Le sue villette tutte uguali e affiancate senza respiro le une alle altre, con i loro prati ordinati e rasati al centimetro, sono un terreno di coltura perfetto per sviluppare nevrosi, nascondere dolori e frustrazioni, mascherare disagio e infelicità covando il sogno di una nuova vita dietro a sorrisi di circostanza e al tentativo, spesso goffo, di simulare una felicità che non può non apparire quasi di plastica, sintetica, irreale.
Su questo ambiente così fertile di possibili contraddizioni, non si contano i film che giocando su questo scarto fra esterno e interno hanno costruito il loro motore narrativo.
Un genere su tutti che si continua a cibare di questo straordinario contesto narrativo è l’horror, dove la levigata patina di normalità viene sbriciolata da un elemento imprevedibile, estraneo e terrificante che mette a soqquadro ogni velleità, ogni sovrastruttura costringendo i protagonisti a fare i conti in profondità con i propri demoni interni, per poter affrontare davvero quelli esterni.
David Robert Mitchell nel suo secondo e comprensibilmente molto lodato lungometraggio, It Follows, si muoveva esattamente dentro queste coordinate. In generale possiamo comunque dire che il suo cinema (qui siamo davanti al suo quarto lungometraggio) tende proprio a muoversi in questo modo, sotto traccia, dietro le quinte, attraverso una scrittura che allude, domanda e suggerisce, usando i generi cinematografici come false zone di comfort dentro cui svelare crepe sotterranee e imprevedibili.
Non di meno, anche qui ci troviamo in un contesto assai simile. La narrazione si dipana infatti attorno alla famiglia Platt: una madre di grande carattere che cerca di tenere insieme il nucleo domestico, mentre nello scantinato della casa coltiva ambizioni di scrittrice e riversa sulla pagina scritta il desiderio di una fuga che non riesce a realizzare, un marito che consegna pizze come secondo lavoro ma che ha in realtà perso il suo vero impiego senza che la moglie lo sappia e i due figli, la femmina studiosa che vorrebbe poter frequentare una importante università ma sapendo di non poterselo permettere e il maschietto più piccolo, un preadolescente insicuro che cerca di difendersi dai bulli e adora il suo cane.
L’elemento terrificante che deflagra in questo quadretto familiare già minato profondamente al suo interno, è un warmhole, una finestra spazio-temporale che si è generata casualmente e che proietta l’intero quartiere dove vivono (siamo nella periferia della provincia americana, un Michigan che potrebbe essere traslato quasi ovunque negli Stati Uniti) nel periodo Mesozoico. Così la Oak Street del titolo viene brevemente invasa e devastata, diventando improvvisamente territorio di caccia di dinosauri di ogni forma e dimensione, mentre la flora preistorica si reimpossessa di ogni spazio vitale.
Portare ai limiti la sopravvivenza è sempre un ottimo escamotage narrativo per costringere i personaggi a trovare risorse e risolvere conflitti, così anche in questo caso, mentre i vicini muoiono sbranati da predatori preistorici e i nostri cercano vie di fuga per rientrare nel loro tempo, non mancheranno le possibilità di chiarimenti e riavvicinamenti.
Il regista non è mai stato morbido con il mondo degli adulti e anche in questo caso regala alla figlia femmina il ruolo emotivamente più centrato e maturo, mentre gli adulti, incapaci di gestire lo scarto tra vita desiderata e realtà, si rifugiano spesso in piccole menzogne e meschinità. Così aveva già fatto massimamente nel già citato It Follows, autentico gioiello dove l’horror era una occasione di analisi profondissima per mettere in fila alcune paure nascoste di una generazione di giovani adolescenti poco compresa e completamente abbandonata a sé stessa.
Il film vorrebbe forse essere pervaso da un afflato spilberghiano e certamente non solo per la presenza di dinosauri (anche se l’interazione fra umani e dinosauri realizzata in Jurrassic Park resta ad oggi sia come resa stilistica che come qualità di scrittura, ancora insuperata) ma probabilmente proprio perché il tentativo di un ritorno a casa, il ricongiungersi con le proprie radici e la possibilità di ricostruire un nido familiare, sono alcuni degli elementi più riconoscibili del cinema di Spielberg.
Ma questa possibile quadratura finale del cerchio, dove il ritorno a casa finalmente si realizza, è trattata, bisogna dirlo, in modo assai sbrigativo e ci sentiamo di dire anche in modo non troppo sentito da parte del regista, come se non fosse lì per lui il nodo della vicenda. Verrebbe quasi da pensare che il finale sia essenzialmente una concessione a J. J. Abrams, il produttore del film, che dietro la macchina da presa ha da sempre il cinema di Spielberg come modello.
Ben altro trasporto e dedizione nella messa in scena investe invece il David Robert Mitchell quando può occuparsi delle crepe del reale, di un pericolo insinuante, di una inquietudine che lentamente cresce e invade lo spazio narrativo, di paure profonde che prendono il sopravvento. Per non parlare della sua grande sensibilità nel raccontare e tratteggiare gli adolescenti, mostrandone le fragilità senza esibirle e senza chiuderli e ridurli mai in facili stereotipi, come nel suo magnifico primo lungometraggio The Myth of the American Sleepover.
Appare evidente come il regista non accetti qui di farsi divorare da quegli stessi dinosauri che ha liberato in Oak Street e dunque dal genere cinematografico che li contiene, mostrandosi però in perenne affannosa ricerca di nuove soluzioni narrative e stilistiche che possano sovvertire le aspettative del pubblico, sorprendendolo e depistandolo: ma ci vuole ben più di un coup de théâtre ironico e paradossale verso metà film per dimostrare di avere salde le redini del racconto.
Resta, non lo si può negare, il magnifico sguardo di un autore (i suoi precedenti film autorizzano a considerarlo tale) che sa lavorare nello spazio filmabile con grande intelligenza e cura. Affascinante in questo senso e molto ben realizzato l’effetto dello split diopter in una scena dove dialogano i membri della famiglia, così da rendere evidente con questo trucco visivo e un uso studiatissimo delle sfocature, la contemporanea vicinanza fra loro, marcandone però la distanza.
Tuttavia qui il regista sembra davvero mancare l’appuntamento con un potenziale film di svolta per la sua carriera, pur avendo tra le mani alcune ottime idee, una grossa produzione alle spalle e un cast di primissimo livello, consegna al pubblico un’opera incerta sulla sua identità, che non sa bene cosa sia o cosa aspiri ad essere, molto indecisa sul suo pubblico di riferimento e che rischia seriamente di non lasciarsi ricordare.