La scena si apre con un furto, un’irruzione all’interno di un negozio di strumenti musicali. Stupisce come in una manciata di fotogrammi fulminei, il regista Robert Guédiguian anticipi due dei temi portanti- il furto e la musica- del suo nuovo film La Pie voleuse (in italiano La gazza ladra), presentato alla diciannovesima edizione del Roma Film Fest.
La gazza ladra trova la sua cristallina personificazione in Maria (Ariane Ascaride), una donna di età matura, ex operaia di una fabbrica costretta a chiudere, che si reinventa come donna di servizio per accudire gli anziani. Più che un lavoro, per Maria, è un passatempo. Il legame che instaura con i suoi clienti è plasmato da un grande affetto e dal piacere di scacciare il tarlo della solitudine che fedele li segue come un’ombra.
In particolare, si intuisce una sincera affinità con Robert (Jean-Pierre Darroussin), un professore in pensione, costretto sulla sedia a rotelle che ogni giorno attende come un bambino di riempire il suo tempo con Maria, conversando di musica e follia, mentre in cucina, lei gli prepara l’adorato pesce fritto, rigirato nell’impanatura come solo lei sa fare.
A ciò, si profilano come contraltare, i piccoli furti che la donna commette per regalarsi qualche ostrica da gustare, ma soprattutto per sognare il promettente futuro di suo nipote, un bambino dotato di uno spiccato talento musicale che tuttavia, le modeste condizioni economiche della famiglia non possono accondiscendere.
Da un semplice preambolo familiare, riscaldato dal sole di Marsiglia, Guédiguian compone un’opera bilanciata, sorretta dalla leggerezza di una commedia sentimentale e dal peso di un dramma familiare. Sulla scia di Gloria Mundi (2019) e La casa sul mare (2017), La gazza ladra è un film sentinella di questioni sociali e di interrogativi etici che il regista è solito avviluppare e annodare tra le relazioni che i personaggi instaurano, all’interno di uno spaccato di quotidianità.
La solidarietà fra classi, la paura della solitudine, l’ambizione di un futuro che sembra non essere a portata di mano sono tutte tematiche che si camuffano come sottotraccia di una più distesa storia en plein air e che ambiscono a restituire, primo fra tutti, un racconto umano collettivo.
Gli intrecci silenziosi che accompagnano i personaggi si incontrano progressivamente in un destino comune, dove l’uno viene in soccorso dell’altro, proprio come ne Les pauvres gens di Victor Hugo, citazione quanto più calzante per manifestare l’ideale umano, colorato da mille sfumature emotive di Guédiguian.
Ad una fotografia scalfita dal meriggiare pallido e assorto de L’Estaque marsigliese, si allinea una regia narrativa, senza particolari stacchi o inquadrature artificiose. La scansione del montaggio aderisce totalmente ad una percezione “invisibile” di un linguaggio cinematografico delicato e interessato soprattutto a scandagliare una verità intrisa di rapporti umani.
Ogni personaggio è difatti capace di metabolizzare la propria verità e consegnarla all’altro mediante lo sguardo, da Maria che confessa i suoi furti a Robert che tenta di salvare il rapporto burrascoso con il figlio, fino a Bruno (Gérard Meylan) marito di Maria, che rifugge nel gioco d’azzardo per arrotondare la sua misera pensione. La musica, ça va sans dire, avvolge il tutto e si codifica come collante registico che ascrive la quotidianità della narrazione, ora sconvolgendola ora accordandola tra Rossini, Liszt e Satie.
Con La gazza ladra, Guédiguian ritorna sui temi di un cinema popolare, socialmente impegnato e orientato ad interrogarsi sugli intrecci umani, senza pretendere di imporsi intellettualmente, ma raccontando una fiaba di quotidianità marsigliese, animata da piccole storie familiari.