Non è la prima volta che Tsukamoto si dedica al racconto del trauma bellico. D'altronde è proprio il trauma nella sua accezione più ampia a costituire il fulcro della sua attività sin dagli esordi. Il trauma della carne a contatto con la violenza della macchina, il trauma fisico che si fa ferita psicologica fino ad arrivare alla mutazione di corpo e spirito. L'incubo, la paranoia, la persecuzione e la fuga da forze demoniache.
La guerra fa parte delle opere di Shin'ya Tsukamoto tanto in forma metaforica quanto letterale, è parte intrinseca dei suoi incubi caotici e lui, attraverso la sua iperbolica creatività, è fra i pochi a saperla riprodurre in tutte le sue aberranti declinazioni. Viene da chiedersi, dunque, se in qualche modo, non sia giunto ad un punto di saturazione in questa sua corsa irrefrenabile tra i mali che corrodono l'essere umano.
Mr. Nelson, Did You Kill People? è la domanda che scatena la brutale persecuzione del ricordo nel protagonista citato nel titolo, ma è anche una formulazione interrogativa incompleta rispetto alle finalità perseguite. Perchè dopo una prima parte che, per quanto inquadrata nella didascalica forma della seduta terapeutica, riesce a tratti a fornire l'orrore dell'esperienza del giovane Allen Nelson in Vietnam (e al contempo a permettere di riconoscere la mano autoriale in alcune potenti trovate visive), la riflessione naufraga incagliandosi sul “perchè” di queste uccisioni.
Inizia così una fase in cui l'espiazione della colpa viene somministrata attraverso una serie reiterata di monologhi, in cui le parole unite al potere empatico del volto umano dovrebbero condurre ad una risoluzione del trauma iniziale. Come se Mr. Nelson avesse una necessità intima di concedere forma verbale ai propri incubi di fronte ad una platea che sia la più ampia possibile e che comprenda anche il pubblico in sala, al di là dello schermo.
Ma lo spettatore diegetico e quello reale non possono essere messi sullo stesso piano. Laddove il pubblico che assiste dal vivo alla confessione reiterata delle atrocità del fronte vietnamita si trova a farsi carico del dolore enunciato, alleggerendone la morsa sul portatore in una tenue speranza di redenzione, quello seduto al buio della sala, ben conscio di tutto ciò che è stato mostrato in precedenza, si trova inerme a dover assistere ad un esercizio cinematografico spento e ridondante.
Ed è questo che sorprende in negativo di fronte ad un'opera firmata da Shin'ya Tsukamoto. Un autore che, anche nei momenti meno ispirati della sua carriera, ha sempre saputo distinguersi per un'innata capacità di trasfigurazione del reale, reso nei suoi film materia incandescente e deflagrante, e in questo caso, in quello che mira ad essere l'apice emotivo della vicenda, ridotto tristemente a rappresentazione scialba di un dolore depotenziato.
Senza dover scavare troppo a fondo, tra i capolavori del passato, è sufficiente volgere lo sguardo al precedente Hokage – Ombra di fuoco, animato dalla straordinaria intuizione di fondere il corpo martoriato della terra distrutta dalla guerra ai segni di un fisico umano vittima dello stesso supplizio, per rammentare le capacità di questo immenso regista. Ci si interrogava, dunque, sulla possibilità che tale risultato sia la conseguenza di una saturazione creativa, come se Tsukamoto stesso, dopo una carriera come superbo ritrattista dell'orrore, abbia sentito la necessità di trovare un confronto più intimo e disteso con i propri demoni.
Con il beneficio del dubbio concesso da questa suggestione, riflettiamo su quella che è ad oggi l'opera meno incisiva di uno dei più grandi autori contemporanei, una sentenza dolorosa quanto doverosa, in onore di quanto fatto in passato e di ciò che riteniamo sia ancora lecito aspettarsi.