La venganza (1958) occupa una posizione particolare nella filmografia di Juan Antonio Bardem. È il primo film spagnolo a ottenere la candidatura all’Oscar come miglior pellicola straniera; la sua prima opera a colori; incorse a due problemi censori: necessario cambio del titolo e retrodatazione temporale dello svolgimento della vicenda.

Un film, per ambientazione, tema politico e fusione con il mélo, prossimo al cinema spettacolare e d’impegno di Giuseppe De Santis, anche per la presenza nel cast di Raf Vallone. Scritto dallo stesso Bardem, La venganza è uno spaccato della Spagna rurale, riarsa e povera. E benché il regista ha dovuto cambiare l’epoca (inizio anni Trenta, ossia con quando c’era il regime repubblicano), traspare vividamente che è un duro atto d’accusa contro il franchismo.

Come il precedente Calle Mayor (1956), anche questo lungometraggio inizia con uno speaker (Francisco Rabal) che descrive cronachisticamente l’assunto. Un resoconto storico e geografico sui mietitori e un’emigrazione divenuta ormai rito annuale. La Meseta spagnola, durante la stagione della raccolta del grano, diviene una California che richiama povera gente di altre parti della Spagna, disposta anche a sfossanti ore di lavoro pur di guadagnare qualcosa. 

La vendetta menzionata nel titolo, ossia l’atto risolutivo di Juan (Jorge Mistral) nei confronti di Luis “El torcido” (Raf Vallone), è soltanto il plot spettacolare, perché sin da subito prevale l’attenzione di Bardem all’ambiente circostante. Una società della profonda provincia rimasta ancora contadina, con proprietari terrieri, sfruttamento dei lavoratori, miseria e prevaricazione mascolina (i mezzadri o il tentativo di violenza che subisce Andrea).

Come in Furore (The Grapes of Wrath, 1940) di John Ford, gli agricoltori devono spostarsi per offrirsi come mano d’opera sottopagata e, come nel film tratto dal romanzo di John Steinbeck, il protagonista Juan, tornato a casa dopo un lungo periodo di detenzione, scopre la tragica realtà sociale che lo circonda, acquisendo, in un certo qual modo, una concezione di classe.

L’individualità si tramuta in fratellanza (il gruppetto di mietitori) e, tramite la scelta di Juan, si allarga all’intera classe dei contadini. Nell’ottenimento del lavoro per tutti, dopo che Juan ha ascoltato la versione del dottore (rappresentazione dell’intellettuale progressista) riguardo la moltitudine di fittavoli in paese che stanno “scioperando” per ottenere una paga migliore, c’è una vendetta nei confronti dei potenti. Coalizzandosi, mettendo da parte le questioni personali, sono riusciti a ottenere quello che dovrebbe essere equo per tutti: la dignità.

Contribuisce a questa cronaca rurale, immersa nell’asprezza dei luoghi, tra paesi decrepiti, immensi latifondi folti di spighe di grano e personaggi dai volti induriti dalla miseria e la rabbia, la fotografia Mario Pacheco, tra colori pastosi e accesi che accentuano le condizioni geografiche e i rudi caratteri dei personaggi. Toni e sfumature che rimandano alla pittura contadina di Van Gogh e a un certo realismo pittorico dell’Ottocento.

Ma La venganza diviene anche un mélo, con la complicata passione che nasce tra Luis e la giovane Andrea (Carmen Sevilla), sorella di Juan. Un rapporto nel quale il sentimento di odio (la vendetta familiare) si scontra con un nascente amore. Probabilmente è questa terza componente la più debole, una concessione allo spettacolo, a un recupero di certi schemi hollywoodiani.