Nel caso si volesse comprendere il genio realizzativo di Roger Corman (1926-2024) e vieppiù la sua innata scaltrezza produttiva, La vergine di cera (The Terror, 1963) è il più fulgido esempio della sua tonitruante filmografia stipata di generi. Nel pieno fervore delle trasposizioni di Edgar Allan Poe, che lo elevarono da artigiano di Serie B ad autore, ecco che nel mezzo ci infila rapidamente un altro film del terrore. Un’opera girata in una manciata di giorni, su una sceneggiatura appena abbozzata, per sfruttare ancora due giornate di contratto di Boris Karloff e le scenografie appena utilizzate per La città dei mostri (The Haunted Palace, 1963).

Un film spurio della serie poeiana, però altrettanto efficace e suggestivo. A questo eccentrico fascino pauperistico (ma non si nota particolarmente) contribuisce anche il carosello di registi pupilli della Factory cormaniana che hanno girato scene o sequenze per supplire l’assenza di Corman, impegnato nel mentre già in altro. Francis Ford Coppola, Monte Hellman, Jack Hill e Dennis Jakob (amico di Coppola all’UCLA) ognuno ha diretto qualcosa per riempire la pellicola. E perfino Jack Nicholson ha contribuito. A conferma di come un set cinematografico di Corman fosse la migliore scuola per apprendere come si fa il cinema.

La sceneggiatura, di Leo Gordon, Jack Hill e con rifiniture di Hellman (non accreditato), coagula alcuni topoi della letteratura gotica. Un maniero diroccato con un vecchio barone arcano e il fidato maggiordomo, il fantasma di una bella ragazza, un amore tragico immortale, l’arrivo di un giovane piacente e “ingenuo” che cerca di scoprire la verità dopo essersi innamorato, il disvelamento del mistero che rimescola le carte. 

Tra scenografie di cartapesta, una fotografia, curata da John Mathew Nickolaus, Jr., a volte dai colori slavati, riprese in esterno a tratti documentaristiche e un Karloff che, sebbene presente soltanto per due giornate, riesce a dare spessore all’usurato ruolo di enigmatico barone, The Terror sa essere molto più funzionale e perturbante del coevo La città dei mostri, che segnalava una fase di stanca nel filone poeiano.

La pellicola, scaturita da un principio cormaniano di trarre massimo profitto da ciò che si ha a disposizione, da semplice prodotto usa e getta è divenuto, a suo modo, un manuale di componimento realizzativo. A partire dal titolo schiettamente spaventevole e un manifesto che faceva leva sul nome di Boris Karloff e i suoi precedenti illustri ruoli. A cui da corredo le accattivanti immagini stilizzate totalmente avulse dal plot. Tipico – e astuto – marketing della casa di distribuzione American International Pictures (AIP).

L’efficacia suasiva di The Terror è comprovata da come quasi due decenni dopo sarà fonte ispirativa per una delle sequenze chiave di Shining (The Shining, 1980) di Stanley Kubrick. Quando Jack Torrance (Jack Nicholson) entra nella famosa stanza 237 e giunge nel bagno, vede una sensuale ragazza nuda nella vasca. Lei si alza, l’abbraccia e lo bacia appassionatamente. Nel momento in cui Jack si distacca da lei, ecco che è divenuta un corpo anziano e putrido (fango rappreso).

In The Terror, André Duvalier (Jack Nicholson), dopo averla salvata dall’omicida inondazione, bacia appassionatamente la giovane Helene (Sandra Knight), ma appena si discosta, ecco che il viso di lei si sta sciogliendo (un trucco che pare fatto utilizzando sciroppo d’acero).