Oggi su Cinefilia Ritrovata recensiamo un volume di Tommaso Labranca dedicato al Vedovo di Dino Risi. Il libro, in arrivo anche presso la Biblioteca Renzo Renzi della Cineteca di Bologna, si intitola Progetto Elvira. Dissezionando il vedovo, ed è pubblicato da una piccola e nuova casa editrice, la “20090”. Si tratta di uno scritto agile ma denso, dove – fin dal titolo – si chiarisce l’oggetto in questione e si parte per un lungo viaggio dentro e fuori da un film non poi così famoso. Labranca, che col tempo è diventato uno scrittore coi fiocchi trasformando la carica irriverente degli esordi in un atteggiamento curioso e mai ipocrita, pratica una cinefilia molto personale, quasi solipsistica. Il suo amore per il film di Risi non si basa cioè su un sapere condiviso, o su un mito collettivo, bensì su una frequentazione personale (e radicale) di certa commedia italiana – sordiana, soprattutto, ma non solo – che ha narrato il periodo tra anni Cinquanta e Sessanta con originalità sorprendente.

A Labranca, Il vedovo permette di parlare poi di molte altre cose. Procedendo di sequenza in sequenza, lo scrittore milanese crea un immenso ipertesto immaginario, dove la penna e la memoria corrono a dimensioni ancillari sempre divertenti, a corollari di scrittura lontane dalle forme classiche di analisi accademica. Si parla infatti della Milano dell’epoca e della Milano di oggi, della cronaca nera, degli oggetti e dei mestieri, degli attori e delle facce secondarie, del ruolo della donna e di quello degli industriali, dell’informazione e della scrittura, e così via, sempre procedendo (o facendosi ispirare) da un dettaglio del film, un volto, una battuta, una sequenza meno notata…

Inoltre, Labranca inventa sempre nuovi modi di raccontare il film: in un capitolo immagina i movimenti di Sordi come se ci trovassimo in un videogame con i diversi “muri” da superare, in un altro – complice una meticolosa ricerca sui giornali d’epoca – smaschera le libertà che il regista si è preso nei confronti della cronaca di quel tempo; in un altro ancora ricostruisce un caso di omicidio che ha fatto da spunto per la sceneggiatura (facendo notare, tra l’altro, che oggi sarebbe impossibile costruire a caldo un film satirico a partire da un fatto di nera). Secondo Labranca, quella del Vedovo era un’Italia diversa, sicuramente cialtrona e classista, disordinata e in via di dubbia modernizzazione, eppure l’arte popolare riusciva nel compito di svelare vizi e ipocrisie, e di castigare – ridendo – i costumi, centrava il bersaglio della giusta cattiveria, insomma assolveva al compito di chi non accetta solamente le verità ufficiali o le retoriche dell’informazione. Una coscienza civile diffusa – tesi che trova d’accordo, per esempio e su altro fronte, Goffredo Fofi – che spesso, almeno in quegli anni, albergava nel cinema popolare. Forse perché un popolo (o un concetto condiviso di popolo) esisteva ancora.