Durante Il Cinema Ritrovato XL, Le Monde Est à Nous, associazione nata dall’esperienza del progetto educativo della Cineteca di Bologna CR Young, ha voluto dar voce alle persone che muovono il mondo del cinema da dietro le quinte e che spesso non ricevono la visibilità che meritano. Tra queste, i ragazzi hanno avuto la possibilità di intervistare l’interprete Elisabetta Cova, che da anni si occupa di tradurre gli incontri con ospiti del calibro di Martin Scorsese, Wim Wenders, Luca Guadagnino e Wes Anderson, rendendo i loro racconti accessibili a tutta la comunità, bolognese e non, connettendo le persone di diverse nazionalità riunite davanti a un unico grande schermo.
Ogni incontro prevede un lessico specifico, legato non solo al mondo del cinema ma anche all’esperienza dell'artista. Ci chiedevamo se ci sia, e nel caso quanto sia lunga, una fase di studio e ricerca per padroneggiare il lessico specifico di un dato autore.
Ci sono vari passaggi: la prima cosa da fare, soprattutto ne Il Cinema Ritrovato, dove ci sono tante presentazioni che si susseguono, è leggere immediatamente le schede dei film. Dopodiché, se sai che si andrà ad approfondire un certo argomento, andare a leggere un po' di informazioni sull'autore e quindi capire quali sono le sue tematiche. Per esempio, quest’anno la retrospettiva su Visconti è introdotta dalla curatrice Caterina d'Amico, che parla tutti i giorni dello stile di Visconti; per cui ho studiato un po' l’autore per averne un’idea. Poi chiaramente c'è il discorso sul lessico, che è ancora diverso e ancora più difficile; per esempio, il lessico del restauro è molto specifico, quei termini vanno studiati e basta. Tra l'altro sono molto esigente con me stessa, per cui sono ancora qua, due ore dopo una presentazione, che ho il nervoso perché prima non mi è venuto il termine “imbibito”, che è un termine tecnicissimo, e mi veniva solo “tinted print”. Una cosa bella è che ad alcuni incontri ci sono dei moderatori e dei presentatori molto bravi che ti mandano il testo prima o con cui si ha la possibilità di discuterne qualche minuto insieme. In ogni caso, è sicuramente fondamentale fare un minimo di ricerca. Inoltre, è diverso tradurre un'introduzione rispetto a una conversazione. Io, per mia esperienza, ho capito che per fare un'introduzione veloce basta leggere la sinossi di un film, invece per fare un Q&A o un incontro bisogna aver visto il film e aver letto un po' sull'autore perché altrimenti ci si perde.
Il Cinema Ritrovato è capace di creare delle atmosfere magiche, come durante la proiezione di La voce di Hind Rajab in Piazza Maggiore. Hai in mente un'esperienza di traduzione magica e particolare durante questi anni di festival?
Senz’altro l’esperienza di Hind Rajab è stata molto impressionante. Forse l’esperienza più magica e anche la più strana che ho avuto è stata la prima volta che ho fatto l'interprete in Piazza Maggiore, per una sostituzione dell’ultimo minuto, poco prima che arrivasse John Landis: era la serata dei Blues Brothers, in cui non solo c’erano le solite 5000 persone, ma altre 2000 in più, la gente arrivava fin sopra al tetto di San Petronio. Per fortuna non soffro di “stage fright” [ansia da palcoscenico ndr.] per cui non avevo particolare timore ad essere sul palco, però chiaramente mi ero preparata un po' su John Landis e sui Blues Brothers. La prima cosa che Landis mi ha detto è stata “Beh, oggi pomeriggio ho fatto un incontro al MAST e devo aver dato del filo da torcere alla tua collega perché non mi fermavo mai. Starò più attento!”. Quindi, quella sera è salito sul palco con me, ha parlato per un quarto d'ora filato, poi mi ha guardato e mi ha detto: “Oh, scusa, mi sono dimenticato!”. Inoltre, la cosa interessante è stata che doveva presentare i Blues Brothers, ma ha parlato assolutamente di tutto fuorché dei Blues Brothers. Per fortuna io avevo studiato un po’ e sono riuscita ad starci dietro. Uno dei motivi per cui faccio questo lavoro è che sono cresciuta a pane e cinema, perché i miei genitori sono sempre stati dei grandi cinefili, perciò, oltre agli studi che ho fatto per conto mio, ho delle basi che mi danno una certa sicurezza. È stato davvero emozionante, perché da una parte mi sono detta “Oh cavolo, questo sta parlando di tutt'altro” – per esempio si mise anche a parlare del Saturday Night Live – ma dall'altra parte mi sono detta “però capisco di COSA sta parlando”. Quella sera fu bellissimo, e devo dire che avere davanti così tanta gente è stato notevole. Avete presente quando le cose per puro caso si collegano bene? A un certo punto Landis si mise a raccontare aneddoti di Los Angeles, dove io ho studiato un anno, per cui i posti che lui citava io li conoscevo, quindi mi è andata bene e la traduzione funzionò. Perché se avesse parlato di un'altra città come Chicago, per dire, non avrei avuto idea di cosa stesse dicendo. (ndr. Passa un signore anziano davanti alla videocamera ed Elisabetta ride commentando: “Una delle cose belle del Cinema Ritrovato è che il pubblico varia dai 0 anni ai 120 e bisogna imparare a gestirli tutti, è fantastico!”).
Il tuo lavoro richiede soprattutto una grande capacità di ascoltare. C'è un discorso in particolare che ti ha colpita e ti ha fatto molto piacere avere la possibilità di tradurre?
Domanda non facile! Alcuni molto. Più che “piacere”, ci sono certi discorsi fatti talmente bene che dopo mi danno il piacere di riuscire a renderli altrettanto bene. Questo mi succede con certi registi, e con alcuni mi sono interfacciata più di una volta: uno di loro è Wes Anderson, che ha un modo di parlare per cui parte ma poi “ritorna”, mentre ce ne sono altri che fanno voli pindarici, partono per la tangente e non li prendi più. Un altro è Wim Wenders. Sono sicuramente fra i miei preferiti, perché fanno dei bei discorsi lunghi, con un sacco di citazioni, ci mettono dentro tutto quello che vuoi, però coerenti ed è una bellezza riuscirli a rendere, è proprio un piacere.
Hai dovuto tradurre tantissimi ospiti del festival nel corso degli anni: c’è stato, e se sì qual è stato, l’ospite che non vedevi l’ora di conoscere e tradurre?
A livello di emozione, proprio per la caratura dell'ospite, Scorsese. È stato sicuramente il più importante, anche se non vuol dire niente, perché a volte ci sono ospiti più piccoli di cui ti innamori perché sono deliziosi. Lui è stato interessante perché, nonostante sia un vero mostro sacro, si è dimostrato comunque molto carino. Tuttavia, Wenders rimane uno dei miei preferiti, anche perché su di lui ho un aneddoto personale. Io ho sempre amato il cinema e mio padre mi portò a 13 anni a vedere Il cielo sopra Berlino all’ex Lumière in via Pietralata, ora Europa, e quello è stato il momento in cui per me c'è stata una cesura: potevo uscire da lì dicendo “Basta, odio il cinema, voglio vedere soltanto cinepanettoni” oppure “Questo può diventare la mia vita”, ed è effettivamente diventata la mia vita. Ho raccontato questo aneddoto a Wim Wenders due anni fa, dopo aver fatto insieme all'Europa l'introduzione di un film giapponese, mentre stavamo salendo in macchina io, lui e Gian Luca Farinelli. Si è creata una situazione molto divertente, per cui io glielo stavo raccontando in inglese, mentre la sua assistente glielo traduceva in tedesco e Farinelli gli parlava in francese, però in qualche modo ci capivamo tutti! A Wenders, ma anche a Farinelli, ha fatto molto piacere ed è stato molto emozionante, perciò lui rimane forse uno dei miei preferiti in assoluto.