Il cine-viaggio Les Glaneurs et la glaneuse (2000) racconta le spigolatrici e gli spigolatori del mondo moderno che, per etica, sopravvivenza o semplicemente per piacere, si dedicano con cura agli oggetti di seconda mano. Agnès Varda assembla digitalmente un film-saggio in ode alla redenzione della realtà materiale, in cui l'attenzione si concentra sui corpi, sul reale, sulla materia e sulla permanenza del tempo, facendo del cinema un canale di espressione dell'immanenza.
Il cine-viaggio si apre con un riferimento alla storia dell'arte, al Musée d'Orsay, dove Varda mostra Le spigolatrici di Jean-François Millet. Attraverso quest'opera, la regista introduce la téchne di queste raccoglitrici dedite al loro gesto. È la téchne della dedizione, che caratterizzerà anche in chiave moderna gli altri protagonisti del film-saggio.
Varda racconta una società nella quale questa téchne contribuisce a coltivare una rete di relazioni umane, come la definirebbe Hannah Arendt: una vera e propria ragnatela di individui capace di (ri)costruire, pensare, creare ed esistere grazie alla dedizione, alla reciprocità e alla reinvenzione degli oggetti.
Proprio con lo sbarco del nuovo millennio, Varda riesce a trascendere la società dei consumi, sovvertendone le logiche e donando al pubblico un'ode digitale a un mondo materiale che reclama la nostra attenzione. In una cultura consumistica che dirige lo sguardo verso ciò che luccica, Varda porta al centro della scena i tuberi "scartati" a forma di cuore, invitandoci a fare nuovamente esperienza del modo in cui la materialità viene utilizzata e usurpata. Ci conduce nelle scuole, nei mercati, tra le roulette e per le strade.
Letti abbandonati sul marciapiede,
Lavatrici ormai consumate,
Frigoriferi esausti,
Basta chinarsi e prendersi i mobili.
Sì: cucine, cuscini, poltrone da salotto,
Sedie di legno logore, televisori, divani sfondati,
Ferro, rattan, stufe e cuscini,
Basta piegarsi,
E ti rifai la casa.
Spazzatura della TV e rap della TV…
Rappa Varda.
Durante il viaggio, Varda compone il suo saggio cinematografico rendendo omaggio anche alla corporeità umana. Le mani, le loro rughe e il volto diventano protagonisti, anch'essi segnati dal tempo. Come ciò che viene lasciato indietro, anche il nostro corpo è soggetto allo scorrere del tempo. È proprio grazie al suo orologio senza lancette che Varda costruisce un ecosistema simbolico: il tempo non è più scandito dalla misurazione cronologica, ma da un’intrinseca natura materiale, di cui tutto fa parte.
L'etica della seconda mano e del riciclaggio non si limita all'ecologia e all'ambientalismo, pur rimanendo questi elementi fondamentali. Spigolare non significa soltanto salvare gli oggetti, o noi stessi, dal trascorrere del tempo; né preservarne la bellezza o la lucentezza. Significa, piuttosto, appropriarsi della transitorietà delle cose, incarnando una soggettività sensibile allo scorrere del tempo, ma al contempo profondamente autonoma.
La fine del viaggio ci riporta al suo inizio. Varda si mette nuovamente in cammino per osservare un altro dipinto dedicato alle spigolatrici, Le spigolatrici in fuga davanti alla tempesta di Hédouin. Il quadro viene fatto uscire dal suo deposito proprio mentre fuori infuriano veri tuoni. Custodito nel ripostiglio, era figurativamente al riparo dalle tempeste. Riportandolo alla luce, Varda, da spigolatrice, gli restituisce una nuova vita, rimettendo in circolazione un'immagine dimenticata ed aiutandola a ricoprirsi nuovamente di significato.