Agnès Varda realizza Lions Love (...and Lies) (1969) durante il suo periodo negli Stati Uniti, quando accompagna il marito Jacques Demy nella promozione di Les Demoiselles de Rochefort (1967) e nella produzione di Model Shop (1969). Varda documenta l’esperienza statunitense con la macchina da presa, avvicinandosi a soggetti che raccontano la rivoluzione culturale che attraversa il paese in quegli anni: Oncle Yanco (1967) dedicato allo zio pittore che rifiuta il capitalismo urbano, e Black Panthers (1968) testimonianza della lotta delle Pantere Nere. Successivamente, nasce così Lions Love (...and Lies), che si sviluppa tra finzione e documentario.
Ambientato tra le mura di una “Villa Fake” hollywoodiana, dove tutto esiste come artificiosa plasticità, il film segue la vita di tre hippie che vivono liberamente la loro relazione poliamorosa: Viva, musa di Andy Warhol, insieme a Jim e Jerry. Nella spazialità della loro esperienza, Varda racconta la crisi del declino hollywoodiano, cinematografico, teatrale e letterario, usando questa plastica “Villa Fake” come spazio di contenimento di una controcultura ridotta a immagine e performance. Tra tanta finzione, Varda inserisce un elemento profondamente reale: il personaggio della regista Shirley Clarke.
Shirley Clarke, personaggio che mantiene la stessa identità nel reale, è una cineasta incastrata nei meccanismi produttivi hollywoodiani, impossibilitata a lavorare liberamente a un proprio film. In un sistema dominato dallo sguardo maschile e dalla logica economica, ogni possibilità di creazione autonoma appare inevitabilmente soffocata. Agnès Varda aiuta il pubblico a esplorare la produzione hollywoodiana e il modo in cui la mise-en-scène sembri allontanarsi sempre di più da un cinema-verità, evidenziando la prigione dei personaggi costruiti in ciò che appare avvicinarsi ad un cinema della menzogna, e lo fa brillantemente.
Poiché intrappolata in una produzione che non le appartiene, e impossibilitata a finire il suo film, Varda decide che la regista Clarke, nella finzione, dovrà compiere il gesto estremo, in rappresentanza della sua frustrazione artistica. È proprio qui che Clarke respira una prima libertà rifiutandosi, giocando esplicitamente con la metafisica del proprio personaggio: "Non posso farlo, Agnès, mi dispiace, non sono un’attrice. Di certo non mi ucciderei mai per non essere in grado di fare un buon film". Di fronte a questo rifiuto, Varda è allora costretta a entrare in scena, rendendo esplicita l’esigenza della finzione. Clarke non deve domandarsi se voglia morire o meno, ma semplicemente seguire le direttive della regista.
Giocando tra cinéma vérité e cinema menzogna, tra attorialità e identità, Varda invita il pubblico a riflettere sulla metafisica del cinema e dei personaggi che questo costruisce. La settima arte è fantasia, rappresentazione o gioco? Come interagisce con il reale? E come si può definire il non reale? Viva, Jim e Jerry, eterni adolescenti intrappolati nella loro “Villa Fake”, come si relazionano a un mondo statunitense che nel frattempo vive l’assassinio di John F. Kennedy e la lotta delle Pantere Nere? E così il cinema, la produzione, come possono esistere se isolati in una plasticità dettata dal controllo economico? Quando la finzione diventa vizio e quando giocare con il reale perde significato?
E quindi, se vediamo Lions Love (...and Lies), Varda ci invita a notare la menzogna (...and Lies), chiedendoci di rinnovare la nostra percezione di libertà (...e verità), e di giocare con lei e la metafisica della settima arte, fino all’ultimo respiro… di Viva.