Parte 1: Mission to Moscow
Lo slogan “il comunismo è l’americanismo del ventesimo secolo” fu coniato da Earl Browder, leader del Partito Comunista Americano, durante il periodo del Fronte Popolare degli anni 30 e 40, quando l’agenda rivoluzionaria venne messa da parte per favorire un’alleanza in chiave anti-fascista con le forze democratiche, pur se sostenitrici di un regime di tipo capitalista. In questa svolta ideologica, il comunismo veniva ad essere un alleato delle politiche sociali ed economiche del New Deal di Roosevelt e un diretto discendente della tradizione democratica americana.
È questa equazione che la Commissione per le Attività Anti-Americane userà per instillare la paranoia nell’opinione pubblica dell’infiltrazione comunista nella macchina statale statunitense nei primi anni della Guerra Fredda. Alcuni prodotti di Hollywood a supporto della coalizione del New Deal, visti a Locarno nella retrospettiva Red&Black, verranno citati nelle audizioni della commissione come esempi lampanti del pericolo della costruzione di un’egemonia culturale di sinistra.
Con l’entrata degli Stati Uniti in guerra al fianco dell’Unione Sovietica nel 1941, la richiesta di film di propaganda che cambiassero l’immagine di nazione aliena che il grande pubblico aveva del nuovo alleato comunista si fece più insistente da parte dell’Amministrazione Roosevelt. Proprio Jack Warner, uno dei primi moghul hollywoodiani ad adeguarsi alle raccomandazioni di non impiegare personale membro del Partito Comunista e convinto sostenitore delle indagini HUAC fin dal 1947, aveva prodotto pochi anni prima Mission to Moscow (1943) di Michael Curtiz, tratto dalle memorie dell’ambasciatore americano a Mosca, Joseph E. Davies, pubblicate due anni prima proprio in supporto all’entrata in guerra degli Stati Uniti. Proprio l’aver prodotto Mission to Moscow rendeva Warner più vulnerabile nei confronti della HUAC, che vedeva il film come prova dell’infiltrazione comunista a Hollywood e ne convocò lo sceneggiatore, Howard Koch, che fu poi successivamente inserito nella lista nera.
Allo stesso modo, avrebbe dovuto subire qualche conseguenza lo stesso ambasciatore Davies che, non solo è l'autore della fonte letteraria, ma presta anche la sua autorità aprendo il film di persona e con un prologo abbastanza lungo in cui si definisce “un discendente dei pionieri” che ha trovato tante affinità in Unione Sovietica, con la popolazione ma anche con i suoi leader. Tutto il film, in cui Davies è interpretato da Walter Huston mentre la moglie e la figlia sono rispettivamente Ann Harding e Eleanor Parker, sviluppa questa tesi iniziale, mostrando prima gli anni a Mosca dell’ambasciatore e successivamente il rientro in patria per sostenere l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Anche se il film veniva pubblicizzato come “il viaggio di un americano verso la verità”, è invece una chiara alterazione della storia con una visione edulcorata al limite dell’imbarazzante della repressione stalinista.
Più interessanti sono alcune annotazioni sociali che emergono quasi inconsciamente come fonti di ansia: per esempio, sulla condizione della donna lavoratrice, il film registra con stupore e quasi con preoccupazione che la donna sovietica può fare carriera come ingegnere capo. In generale, i personaggi americani sembrano stupirsi delle opportunità di lavoro delle donne russe e le preoccupazioni dell’ambasciatore per le donne che lavorano in miniera sembrano francamente paternaliste.
Le immagini finali, che mostrano persone in marcia verso una città sulla collina che emerge dalle nebbie e illuminata dai raggi del sole, sono interessanti nell'ottica dello slogan da cui siamo partiti. L'immagine fondativa della società puritana americana, la “city upon a hill” d’esempio al mondo dei sermoni di Winthrop, conclude un “film verità” sulla società sovietica, fondendosi con l’immagine socialista del “sol dell’avvenire”.