Pur essendo incentrato sulle tematiche dell’adolescenza e ambientato in una Palermo dove non si parla di mafia se non per un veloce accenno allo zio della protagonista femminile, Ketty (Rachele Testagrossa), che sta scontando una condanna in prigione, Ketticé, secondo film di Giovanni Tortorici dopo Diciannove (2024), comunica una completa e preoccupante assenza di Stato e senso dello Stato nelle vite e nelle (quasi inesistenti) aspirazioni dei giovani protagonisti.

Che questo sia effettivamente da collegare con l’ambientazione nel 2012, “epoca del berlusconismo e di una totale assenza di valori”, come ha dichiarato il regista per quello che sembra più un vezzo autobiografico che altro, questa mancanza è evidente fin dal carrello iniziale all’interno della classe di Giulio (Salvatore Gallina): dieci alunni sono decisamente troppo pochi per le nostre classi di scuola secondaria. Infatti, capiamo presto che si tratta di una scuola privata, anche se, apparentemente, più seria dell’alternativa della Lincoln, un vero e proprio diplomificio “dove ti puoi fare le canne anche all’intervallo”.

Giulio è il figlio unico adolescente di una famiglia palermitana agiata e con aspirazioni nobiliari, con una nonna che si considera affine a Tomasi di Lampedusa, un padre inetto e anaffettivo e una madre di origini umbre che non riesce a trovare un equilibrio nella maternità e nella vita famigliare (Monica Bellucci, alle prese con un personaggio non proprio originale ma in cui si cala con convinzione e energia).

In questo contesto da palazzo nobiliare del secolo scorso, Giulio vive in una condizione di apatia costante, da cui non si riscuote nemmeno agli allenamenti o alle partite della sua squadre di calcio, dove, anzi, non vuole più giocare per paura del giudizio che il padre potrebbe dare quelle poche volte che lo va a vedere. Anche i rapporti con i suoi amici, che vivono in uno stesso contesto materialmente ricco ma culturalmente e affettivamente povero, sono superficiali.

Solo l’incontro con Ketty Mendola, ragazza famosa sui social per i suoi combattimenti con altre adolescenti e proveniente da un ambiente sociale agli antipodi rispetto a quello di Giulio, sembra svegliarlo dal torpore, anche se i due non fanno altro che andare a cercare erba a Dallas, nel rione palermitano di Bonagia in cui la microcar del ragazzo contrasta con il degrado urbano. Anche qui, come nella storia di Ketty, che vive in un appartamento che è essenzialmente un corridoio, lo Stato è inesistente: lo spaccio è libero, lo stesso Giulio si improvvisa spacciatore prima di essere beccato dalla madre (la rilevanza delle sue azioni è sempre privata), le pattuglie della polizia non notano niente, non vediamo mai Ketty a scuola.

Dietro alla loro ricerca di fumo sta il bisogno di sentirsi ascoltati di Giulio e Ketty: bisogno di cui non trovano soddisfazione nel rapporto con gli adulti ma nemmeno in quello con i coetanei se la prima fidanzata di Giulio lo lascia per messaggio, cinque minuti dopo avergli detto che lo ama (anche se preferisce guardare Uomini e donne allo stare insieme). E non c’è possibilità di comunicazione nemmeno tra i due gruppi di adolescenti: parlano letteralmente una lingua diversa, l’italiano, seppur storpiato da inflessioni regionali, la compagnia di Giulio, un dialetto più stretto il “giro” di Ketty. Anche quando le due compagnie si ritrovano negli stessi luoghi, c’è tra loro una rigida separazione.

Questa mappatura  di classe dello spazio urbano di Palermo è sicuramente l’aspetto più riuscito del film, insieme alla capacità di evidenziare quel meccanismo sempre più alla base dei rapporti tra adolescenti e adulti di dire quello che gli altri vogliono sentirsi dire e poi fare come si vuole. Meno convincente, viste anche le dichiarazioni del regista di voler arrivare ad “un cinema di realismo radicale”, il fatto che tutti gli adulti siano giudicanti e incapaci di ascoltare gli adolescenti (o siano proprio scemi come la prof. di matematica), un tratto che il film condivide con molti teen drama televisivi, o che nessuno dei giovani protagonisti abbia una qualche passione.

Anche perché, con adulti di questo tipo, verrebbe da dare ragione a Giulio quando afferma, in uno dei suoi giri in microcar con Ketty, che un adolescente andrebbe solo lasciato libero di fare quello che vuole. L’idea di responsabilità non sfiora nessun personaggio.