La proiezione a Locarno di Native Son (Sangre Negra, 1951) di Pierre Chenal, tratto dal romanzo omonimo di Richard Wright, all’interno della rassegna Red&Black - Hollywood Left and the Blacklist può essere l’occasione di ritornare a leggere un romanzo e un autore radicali che stanno progressivamente scivolando nel completo oblio, con buona pace anche del fronte progressista a cui lo scrittore afro-americano è sempre appartenuto.
Con la pubblicazione di Native Son (trad. it. Paura) nel marzo del 1940, Richard Wright divenne uno dei più apprezzati romanzieri americani degli anni 40 e il primo afro-americano ad essere inserito nel Book of the Month Club, assicurando così alla sua opera una vasta e capillare distribuzione. La storia di Bigger Thomas riscosse da subito un gran successo di critica e pubblico; nonostante lo scandalo, i problemi di censura e le polemiche ideologiche non solo da destra.
Wright venne paragonato ai maestri del naturalismo americano, da Dreiser a Steinbeck, a cui si era dichiaratamente ispirato, cercando un ponte tra il loro realismo e la sperimentazione modernista. Molte critiche evidenziarono anche l’utilizzo di temi dostoevskiani nel trattare il problema razziale negli Stati Uniti.
Bigger è un adolescente del ghetto nero del South Side di Chicago che soffoca involontariamente Mary Dalton, la figlia ribelle della famiglia che l’ha assunto come autista, in un momento in cui lei è completamente ubriaca. Apparentemente liberal, i Dalton sono effettivamente i proprietari delle miserevoli kitchenettes dove le famiglie Afro-americane come quella di Bigger sono costrette a vivere. Per questo crimine che non ha commesso coscientemente Bigger viene condannato a morte, mentre il vero omicidio che compie volontariamente, quello della fidanzata Bessie, pensando che lo possa tradire dopo averle confessato l’omicidio di Mary, non viene quasi preso in considerazione al processo.
L’intuizione, veramente rivoluzionaria, di Wright, al tempo ancora intellettuale di punta del Partito Comunista Americano (CPUSA), fu quella di adottare il punto di vista limitato di Bigger, creando volutamente un personaggio ignorante e con cui ci si identifica limitatamente. Lo stesso Wright, nel saggio “How Bigger was born” (1940), spesso riprodotto come introduzione al romanzo, spiega questa scelta con la motivazione di non aver voluto attirare la pietà e la commozione dei liberal bianchi, come era successo per la prima raccolta di racconti I figli dello zio Tom(1938).
Una scelta che causò, tuttavia, lo scontento di diversi intellettuali neri e degli stessi comunisti per la limitata coscienza di classe e di orgoglio nero del personaggio. Con gli anni, queste motivazioni, insieme con la de-costruzione femminista dei rapporti di genere che hanno evidenziato una costante vittimizzazione delle figure femminili, sono state alla base di una progressiva marginalizzazione di Wright all’interno del canone letterario americano e afroamericano. Native Son continua a provocare dibattiti su cosa sia legittimo fare vedere e cosa oscurare nei contemporanei conflitti di razza, genere e classe.
La materia esplosiva del romanzo lo rese immediatamente un candidato ideale per successivi passaggi intermediali, con un adattamento teatrale diretto da Orson Welles nel 1941, scritto dallo stesso Wright, insieme a Paul Green, e con protagonista Canada Lee, che sarà successivamente inserito nella lista nera, come uno dei finanziatori del progetto, l’attore Lionel Stander. Wright sceglierà la via dell’esilio in Francia nel 1946 ancor prima dell’inizio delle udienze della HUAC. Anche se si era già polemicamente staccato dal movimento comunista con il saggio “I tried to be a Communist” (1944), poi ripubblicato nel volume collettivo The God That Failed (1949), Wright rimarrà comunque fedele ad ideali progressisti e di sinistra, aderendo inizialmente al Rassemblement démocratique révolutionnaire di Sartre, e venendo costantemente monitorato dall’FBI.