Dopo Sheep in the Box (2026), che affrontava il tema dell’intelligenza artificiale, il regista nipponico Hirokazu Kore’eda, noto per la raffinata delicatezza con cui ha sempre raccontato le relazioni umane, le complesse dinamiche familiari e il mondo infantile, adatta per il grande schermo il celebre manga Look Back (2021) di Tatsuki Fujimoto.

Attraverso la storia di amicizia – o forse d’amore – e collaborazione artistica tra le due protagoniste, Fujino (Natsuki Deguchi) e Kyomoto (Aju Makita), che condividono la passione per il disegno e l’aspirazione a diventare mangaka, Kore’eda riflette sul significato della creazione, sul passaggio dalla manualità artigianale alla digitalizzazione industriale, e sulla possibilità salvifica dell’arte di creare legami.

Fujino, autrice dei personaggi e delle storie, ha uno spirito da leader e un carattere combattivo, mentre Kyomoto, che disegna gli sfondi, è una hikikomori: timida, introversa e spaventata dai rapporti sociali. È l’incontro artistico a infonderle il coraggio di uscire di casa e a farle ritrovare una ragione di vita. Due personalità opposte ma complementari che raccontano l’importanza del lavoro di squadra, di un team creativo che trascenda le singole individualità, per dare vita a qualcosa di intrinsecamente collettivo.

Ed è qui che la riflessione metatestuale di Kore’eda confluisce inevitabilmente nel cinema, evocato nelle strisce di manga che richiamano i fotogrammi della pellicola, nell’accostamento delle tavole come fossero inquadrature, e nel montaggio interno alla pagina stessa, che lega lo sfondo e il personaggio così come lega le due autrici.

Lo sfondo non è mai solo uno sfondo, ma è parte integrante della messa in scena. Il linguaggio visivo, fatto di armonie, conflitti e opposizioni, va a costituire la composizione interna del quadro e la relazione drammaturgica tra lo spazio e le azioni dei personaggi: è una parte fondamentale del lavoro di regia. Fujino, senza Kyomoto, perde così non soltanto uno sfondo in cui far vivere e agire i propri personaggi, ma anche una parte del significato drammaturgico delle sue storie: quel sottotesto visivo capace di arricchire, contraddire, fino a ribaltare le parole del testo, aprendo il racconto a significati ulteriori.

Fondamentale è il tappeto sonoro del film, che ci fa sentire l’incontro tra la grafite della matita e la ruvidezza del foglio di carta, riportandoci indietro nel tempo, in un’epoca in cui avevamo ancora le mani sporche d’inchiostro. Ogni tratto di matita viene enfatizzato, reso fisicamente percepibile, come se fosse un linguaggio autonomo, preverbale, capace di esprimere qualcosa di originario e primordiale, un sottofondo emotivo quasi musicale.

Se Sheep in the Box raccontava una fantascienza distopica in cui l’intelligenza artificiale non solo semplifica e snatura il processo creativo, ma sfida la morte ostacolando l’elaborazione psicologica del lutto, in Look Back, la creazione artistica assume un valore quasi sacro, una vocazione, un atto radicale che implica rinuncia, sudore e fatica.

Kore’eda ci riporta così al gesto creativo originario, unico e irripetibile, a una dimensione materica, olfattiva e percettiva delle cose, alla loro finitezza e, dunque, all’inevitabilità della morte.