Dopo due anni di attesa esce finalmente nelle sale italiane Maldoror, l’ultima fatica di Fabrice du Welz. Questo torbido polar prende spunto dalla vicenda di metà anni Novanta del “mostro di Marcinelle”: un pluriomicida che in circa un decennio ha rapito, violentato e ucciso sei giovanissime ragazze nell’omonima località belga. L’arresto del colpevole non placò l’opinione pubblica, inorridita dall’efferatezza del crimine quanto dalla sospetta inadeguatezza delle forze dell’ordine, degenerando in partecipate marce di protesta e nella dimissione dei ministri competenti.
Siamo lontani dalla moda true crime: Maldoror è anzitutto l’adattamento di un sentimento prima che di una vicenda, rispetto alla quale difatti prende diverse licenze. Il film inizia nel 1995 con un volenteroso poliziotto, figlio di criminali, coinvolto nell’operazione segreta Maldoror, atta a sorvegliare un pedofilo in libertà vigilata a ridosso della scomparsa di due bambine. Incastrato fra l’indifferenza dei colleghi e dinamiche di autorità, il poliziotto intraprende autonomamente un percorso parallelo a quello della giustizia istituzionale e l’ossessione per il caso rischia di sbriciolare il suo matrimonio oltre alla sua stessa sanità mentale.
Du Welz sembra riprendere la classica parabola discendente dell’uomo di giustizia che finisce corrotto dallo stesso male che cerca di combattere, ma la impreziosisce. Dietro alle fattezze amichevoli dell’attore protagonista, Anthony Bajon, si cela un personaggio affamato di riscatto che entra in polizia per fuggire dal degrado di un mondo criminale che comunque gli appartiene. Il percorso del protagonista è mentale più che morale: entrare in polizia non lo ha mai redento e abbandonarla non lo degrada, capisce che semplicemente non c’è fuga dal male, cambia solo la divisa con cui si ricopre. È un’opera dura, in cui la brutale fisicità dei corpi e l’incuria degli ambienti modellano un’atmosfera sporca e opprimente, degna di capolavori del genere come Memorie di un assassino o Zodiac.
In Maldoror nessuno è immune dall’abbrutimento: reietti e potenti che si tengono per mano nella perversione, tutori della legge ignavi o conniventi, e perfino persone comuni come la comunità siciliana, che nasconde dietro ai calorosi canti folkloristici un’anima intrisa di vendetta e disgusto per il Belgio. La regia brusca, la fotografia fredda, la musica straniante e infine la lunghezza estenuante del film contribuiscono a creare un senso di impantanamento opprimente, di mancanza di alternative. Tolta una memorabile sequenza con protagonista un maiale, questo è uno dei film meno viscerali dell’autore belga, che qui sacrifica l’efferatezza della violenza privata per raccontare con grande maestria una crudeltà sistemica.
Maldoror è un ambizioso film di denuncia, amaro e coraggioso, che avrebbe meritato ben più riconoscimenti e attenzione già da anni.