A ricordarci la forza sovversiva del dispositivo cinematografico e della lotta contro la censura, la religione e le istituzioni – che da noi in Italia foraggiò l’estro creativo e il fervore civile dei più grandi autori degli anni d’oro della nostra cinematografia – ogni tanto arriva il cinema iraniano.
Non può che essere un cinema militante e d’impegno civile quello del regista Mohsen Gharaei, classe 1984, di due anni più giovane di Ali Asgari, il quale nei suoi film quasi mai ha dato un volto ai rappresentanti della repressiva società iraniana, per poi, infine, svelarne la maschera grottesca e decadente nel patriarca centenario, imbalsamato sulla sedia del potere, nel finale di Kafka a Teheran (2023).
Con Moragheb, Gharaei mette in scena la profonda crisi socioculturale di un mondo antico e polveroso, qui incarnato da Rashid (Farhad Aslani), padre di famiglia apparentemente amorevole che si trova fare i conti con la perdita del lavoro, l’imminente demolizione della propria casa e la partenza di Ensi (Laleh Marzban), la figlia maggiore, decisa ad andare all’estero per intraprendere la carriera di modella.
Carceriere di professione, Rashid lo è anche nella vita: prima ancora che nei confronti della moglie (Rima Raminfar) e delle due figlie (la minore interpretata da Elena Khakbazan), nei confronti di sé stesso. È la paura di veder frantumare la propria identità a trascinarlo in una parabola mostruosa: da cittadino comune, obbediente e remissivo, Rashid diventa l’orco cattivo che imprigiona la principessa nella torre, pur di non farle seguire il suo desiderio.
Alla figura corpulenta di questo mangiafuoco tragico, incarnazione di un potere maschile in crisi che arranca, impaurito e disorientato, di fronte ad un femminile che inizia a divincolarsi, il regista contrappone tre generazioni di donne che decidono di rompere gli argini del gineceo e prendere il controllo del proprio corpo, che sia con lo sciopero della fame o con atti di autolesionismo.
La casa diventa, allora, non soltanto metafora di una società patriarcale e repressiva, ma anche della gabbia mentale del protagonista, architetto della propria stessa prigione. Tra sbarre, grate e inferriate Gharaei costruisce un linguaggio visivo che si fa simbolo di una prigionia sociale a cui contrappone un piccolo ma potente gesto di rottura: il fermaglio che Ensi utilizza per aprire un varco nel filo spinato.
La rivoluzione è donna, sembra dirci il regista, e non può che esserlo. È dal corpo femminile che parte la lotta sovversiva contro un regime cancerogeno, un germe patogeno che si annida nelle fondamenta stesse della famiglia, e di una casa che, da spazio domestico, si trasfigura nel campo di battaglia dove resistere e negoziare i propri diritti e desideri. Mentre l’uomo crolla sotto le sue stesse macerie, la donna si proietta verso un futuro di ricostruzione.
In un momento storico drammatico per l’Iran, Gharaei, attraverso l’involucro di un dramma da camera dai risvolti iperbolici, restituisce con grande perizia – grazie anche ad un quartetto scoppiettante di attori – una fotografia drammatica della profonda crisi interna ed esterna di un’intera civiltà. I tentativi disperati di Rashid di barricarsi in casa, impedendo a chiunque di uscire e di entrare raccontano di un Paese diviso, ferito, aggredito, in guerra per difendere i propri confini, ma soprattutto per sfuggire alla propria stessa frammentazione.