Naza, diretto dai giornalisti e registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor – due dei quattro autori (insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal) del documentario premio Oscar, No Other Land (2024), sui crimini compiuti dai coloni israeliani in Cisgiordania – arriva alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, di soppiatto, defilato, in ritardo rispetto agli altri titoli in concorso.
Non è un caso che tra i produttori ci sia il regista britannico Jonathan Glazer (come per La voce di Hind Rajab della regista tunisina Kawthar ibn Haniyya), vincitore dell’Oscar per La zona d’interesse (2023), in cui il sistema industriale di sterminio di massa dei campi di concentramento nazisti era narrato con un utilizzo innovativo del fuori campo e della suggestione sonora.
Siamo sui tetti di una Tel Aviv lunare, spettrale, avvolta nella sua stessa penombra, in un sudario cimiteriale, nero come la pece, che porta con sé il peso di uno sterminio. Le uniche fonti di luce vengono dalle finestre dei palazzi, abitati come se fossero i quadri notturni e silenziosi del pittore della solitudine Edward Hopper.
“Non era parte del mio ruolo. Il mio ruolo era solo tecnico”, dice ad un certo punto una delle silhouette in nero, prive di volto, dell’IDF, durante una di queste interviste clandestine, en plein air, che compongono questo documentario agghiacciante sui metodi scientifici di sterminio adottati dall’intelligence israeliana e dal governo terrorista e genocida di Benjamin Netanyahu.
Sembra di sentire le parole di Adolf Eichmann o di Franz Stangl, e degli altri gerarchi e ufficiali nazisti che vennero processati per crimini contro l’umanità, che portarono Hannah Arendt a formulare le sue riflessioni sulla banalità del male e sul pericolo dei totalitarismi.
Una “follia razionale”, la chiama il filosofo sloveno Salvoj Žižek, nel film-saggio The Pervert’s Guide to Utopias diretto da Sophie Finnes. Una sofisticata macchina della morte algoritmica, un sistema industriale di profilazione e sterminio di massa che riduce gli individui a “danni collaterali” e calcoli numerici.
Oggi non si può dire “non lo sapevamo”, come Marlene Dietrich in Vincitori e vinti (Stanley Kramer, 1961): grazie agli smartphone nelle nostre tasche, abbiamo assistito a una presa diretta costante del massacro di un’intera popolazione. Gli stessi telefoni cellulari che hanno documentato la morte nel suo avvenire sono stati utilizzati dai servizi segreti israeliana per individuare chirurgicamente i bersagli da abbattere, come fossimo in un videogame, delegando il lavoro sporco all’intelligenza artificiale.
Il cinema è sempre stato uno strumento di propaganda nelle mani del potere, e se da un lato poteva esaltare un regime totalitario, razzista e suprematista come il Terzo Reich, come fece la regista Leni Riefenstahl, piegando gli strumenti estetici e il linguaggio cinematografico alle esigenze aberranti di Hitler, dall’altro poteva denunciare e documentare l’abbrutimento umano che si svolgeva all’interno dei campi di concentramento per portarlo nelle aule di tribunale.
In un mondo in cui i grandi Stati occidentali non prendono una posizione netta nei confronti della tragedia in corso – con l’Europa sempre più frammentata e divisa – e in cui il diritto internazionale è diventato carta straccia, il cinema, in tutte le sue forme, ha il dovere di tornare a essere un dispositivo di resistenza e contestazione, un atto radicale e una presa di posizione politica.
Con Naza, Yuval Abraham e Rachel Szor si armano di coscienza civile per condurre un’inchiesta clandestina, militante, funerea, sulla decomposizione etica e morale di un’umanità alla deriva. La Norimberga contemporanea a cielo aperto rimane senza processo, sotto gli occhi anestetizzati del mondo.