Ultimo lungometraggio di Satoshi Kon, Paprika – Sognando un sogno non può che essere interpretato come una sorta di testamento artistico del creativo giapponese, morto prematuramente nel 2010. L’opera si muove, come i precedenti Perfect Blue (1997) e Millenium Actress (2006), lungo il labile confine tra realtà e finzione; oggetto del film è il subconscio e il mondo di sogni, esaminando poi come la mente umana ceda di fronte ai desideri e al potere.

Un gruppo di ricercatori sta lavorando alla progettazione della DC Mini, uno strumento che permetterebbe agli psicoanalisti di accedere al subconscio dei propri pazienti e aiutarli a comprendere meglio il proprio io e le problematiche che affrontano ogni giorno. All’interno del team lavora anche la dottoressa Atsuko Chiba, la quale ha cominciato a utilizzare in segreto la strumentazione su alcuni pazienti, entrando nei loro sogni con un alter-ego: Paprika. Emerge fin da subito il tema del doppio, già presente nei precedenti lavori di Kon: i protagonisti delle sue opere tendono a riflettersi in altri personaggi, la cui stessa esistenza implica una frattura nelle logiche di spazio e tempo, causa ed effetto, immaginazione e concretezza.

Rientrando da una di queste sedute “sperimentali”, la dottoressa Chiba scopre che la DC Mini è stata rubata. Il gruppo di ricerca pensa immediatamente a un attacco terroristico, poiché l’invasione delle fantasie e dei desideri più reconditi non può che avere fini loschi. L’opera presenta al proprio pubblico un quesito etico: fino a che punto si può considerare la ricerca scientifica come legittima? In fin dei conti, lo stesso utilizzo e controllo dei sogni con ottica psicoanalitica non può essere considerato come un’invasione della propria intimità? Il film non ha pretese di esaustività, ma porta a una riflessione profonda su un problema che potrebbe essere oggetto di un dibattito di bioetica.

Vedere - e rivedere - Paprika significa anche mettere l’opera in relazione con titoli dalle tematiche affini o ispirati dal film di Kon; tra questi è impossibile non citare Inception di Christopher Nolan (2010), che si sviluppa proprio l’interpretazione e manipolazione della dimensione onirica. Se posti a confronto - ed è il caso forse di ammettere al lettore la mia chiara predilezione per il lavoro di Kon rispetto a quello di Nolan - il linguaggio animato di Paprika rappresenta chiaramente un vantaggio nel rappresentare il mondo dei sogni; allo stesso tempo, però, in Kon si coglie una spiccata sensibilità nell’analizzare la psiche umana (e femminile), che non ha eguali nel cinema di Nolan.

Dean DeBlois, regista di Lilo & Stitch (2002) e la saga Dragon Trainer (2010 - in corso), ha affermato che Satoshi Kon, grazie al disegno a mano libera, ha esplorato alcuni stigma sociali e la psiche umana in modi che non sarebbero stati possibili in un film live action. Alla luce del successo di Paprika così come dell'influenza che l’intera filmografia di Kon ha esercitato anche e soprattutto sul cinema occidentale (Darren Aronofsky, David Fincher, Michel Gondry), è impossibile non cogliere e affermare la magnificenza e il talento di questo artista giapponese, la cui creatività continua a far riflettere sul potere dirompente dell’immagine animata.