2006, California. Il conduttore Chris Hansen (Robert Pattinson) si prepara a entrare in scena per accogliere l’ennesimo ospite – se così si può chiamare – del suo programma televisivo To Catch a Predator, in cui intervista uomini adulti che tentano di adescare minori su internet.
La dinamica del programma, in onda su Dateline Nbc, è semplice: un membro della squadra di Hansen (chiamata ‘Perverted Justice’) chatta online con uno dei sospetti adescatori fingendosi una ragazza di tredici anni; la conversazione può diventare anche molto esplicita, pur di riuscire a convincere l’uomo a incontrarsi di persona; l’incontro viene fissato in una casa piena di telecamere nascoste, e la polizia viene notificata dell’incontro imminente.
L’uomo è accolto al suo arrivo da un’‘esca’, un’attrice di vent’anni con fattezze molto più giovani (una di queste è Del, interpretata da Phoebe Bridgers) che lo convince a entrare in casa e scambia qualche parola con lui; arrivati a quel punto, l’esca si defila con una scusa ed entra in scena il conduttore, che invita l’uomo a sedersi e inizia a intervistarlo.
Il programma gode di popolarità crescente nell’America dei primi anni 2000, al punto da essersi appena conquistato un posto in prima serata in competizione con la serie tv ‘Lost’. L’opportunità impone a Hansen e alla sua produttrice televisiva Andie (Merritt Wever) di alzare il livello di sensazionalismo all’interno del programma, assumendo una nuova esca (il ventenne Dan Plum, interpretato da Skyler Gisondo) e andando a caccia di pesci più grossi: da questa decisione scaturisce una catena di eventi drammatici che costituisce il vero centro di Primetime, primo film di finzione del documentarista Lance Oppenheim (Some Kind of Heaven, Spermworld).
Nonostante il film sia di finzione, la storia raccontata da Primetime romanza fatti realmente accaduti in quello che è stato, di fatto, l’ultimo anno di vita del programma di Hansen, partendo da un articolo di Esquire intitolato Tonight on Dateline This Man Will Die. Pattinson interpreta una versione grottesca e sregolata di un conduttore che si vede più come un vigilante che come un giornalista: l’attore prende in prestito dal vero Hansen il modo di parlare, ma trasforma l’uomo reale in una maschera mossa da una sregolatezza a malapena sepolta sotto modi melliflui e artefatti. In certi punti ricorda quasi il Lou Bloom di Jake Gyllenhaal in Lo sciacallo – Nightcrawler, laddove la volontà di catturare un’immagine sensazionale da mandare in onda diventa un’ossessione incapace di fermarsi davanti a qualunque imperativo morale per entrambi i personaggi.
L’interpretazione davvero riuscita di Pattinson è coerente con l’approccio ibrido adottato da Oppenheim per raccontare il dietro le quinte di una storia reale, nel tentativo di ricostruire la sequenza di decisioni che ha portato a un finale tragico per la trasmissione e le sue conseguenze sul lungo periodo. Il regista impiega infatti diverse videocamere digitali usate nel programma originario (alcune montate addirittura sulle armi delle forze di polizia chiamate a intervenire), e costella il film di riprese fatte con le telecamere nascoste nelle case in cui avvengono gli incontri. Il risultato, come per l’Hansen di Pattinson, è un racconto fittizio solo fino a un certo punto.
Queste soluzioni visive, inoltre, non hanno solo l’effetto più ovvio di essere estremamente immersive – anche lo spettatore che non abbia mai visto il programma può avere così un assaggio di cosa significasse assistere dal divano di casa propria alla demolizione pubblica, in tempo reale, della vita di una persona – ma introducono indirettamente l’indagine al cuore del film, ovvero dove finisca l’infotainment e dove inizi la giustizia sommaria in differita televisiva.
Hansen descrive il suo programma come la “registrazione di un atto di giustizia”; eppure, come gli rinfaccia uno dei predatori (un rabbino colto sul punto di appartarsi con una delle esche minorenni), chi gli ha dato il permesso di compierlo? To Catch a Predator e il suo conduttore finiscono così per adottare, nei confronti dei sospetti, una logica predatoria non troppo diversa da quella che dichiarano di voler smascherare – a maggior ragione nel momento in cui Hansen, inseguendo uno scoop, decide per la prima volta di andare con la troupe a casa di uno dei sospettati, per vincere la sua titubanza.
In dialogo involontario ma inevitabile con Ink di Danny Boyle (film che racconta la storia del tabloid britannico The Sun, anche lui in concorso a Venezia), Primetime porta avanti la riflessione sulla progressiva perdita di limiti deontologici in un’informazione che pretende di farsi intrattenimento pur di non perdere il proprio pubblico. E così, mentre la giustizia resta fuori campo, la televisione celebra il proprio processo: in prima serata, con le telecamere accese e nessuno a giudicare il giudice.