Gli horror di Roger Corman hanno fatto scuola, hanno delineato e codificato il genere dagli anni ’60 fino più o meno all’inizio del ventunesimo secolo. Da Mario Bava fino a Sam Raimi e oltre, l’horror ha dovuto rivolgersi soprattutto a Corman, maestro nel trasformare produzioni a bassissimo budget in piccoli gioielli cinematografici.

Corman negli USA ha faticato a farsi identificare come un autore, tant’è che i primi riconoscimenti arriveranno dall’Europa. Nonostante l’etichetta da regista di B-movie sia senz’altro vera, non si può negare una componente autoriale nel suo lavoro che risulta evidente prendendo in esame tre film realizzati alle porte degli anni ‘60, fase in cui si definiscono i tratti, stilistici e tematici, del Corman autore, precedentemente schiacciati dall’urgenza produttiva del primissimo periodo. I film sono: Un secchio di sangue, Il pozzo e il pendolo e I vivi e i morti (House of Usher).

Nel primo di questi tre già sono chiare le caratteristiche del cinema di Corman, come l’uso della profondità di campo, il grande affidamento alla scenografia come mezzo per raccontare un mondo, quindi l’uso massiccio di campi medi o totali, o un protagonista outsider che cerca di accedere ad uno spazio dal quale è escluso.

In Un secchio di sangue del 1959 tutti questi elementi prendono corpo in una black comedy, la prima per Corman, nonché l’inizio di una trilogia, all’interno di un film dal sapore molto hitchcockiano. Walter Paisley (Dick Miller), strambo cameriere del Yellow Door, bar degli artisti, decide di diventare scultore per ottenere l’approvazione degli altezzosi individui che riempiono il locale ogni sera.

L’arte è una cosa seria, non ci si può improvvisare, ma quando Walter compare sulla soglia del locale con il cadavere del gatto della sua padrona di casa ricoperto di argilla, viene subito accolto come una stella nascente del panorama artistico. Questo antieroe, che diventa un serial killer per poter realizzare altre sculture, è simile ironicamente al regista, il quale gira film in pochissimo tempo, con mezzi esigui e li offre al pubblico sperando che non si renda conto dell’inganno. E non è una novità che Corman stesso si identificasse in qualche modo nei suoi personaggi, nel loro essere esclusi e in un certo senso estranei rispetto allo spazio sociale che attraversano.

Allo stesso tempo l’unico obiettivo nella mente di Walter, oltre alla fama ovviamente, è l’approvazione delle donne, della collega Carla in particolare. Il femminile nel cinema di Corman è spesso rappresentato come l’oggetto del desiderio, i cui attributi sembrano soltanto la gentilezza e la bellezza, tanto da essere il motore dell’azione dei protagonisti, ignari che dietro quell’aspetto c’è una forza cieca tesa all’autodeterminazione.

È questo il caso de I vivi e i morti (meglio noto come House of Usher) del 1960 e primo degli otto adattamenti di Corman dei racconti di Edgar Allan Poe. Ancora una volta un uomo si presenta ad un uscio, oltre il quale non è gradito. Philip Winthrop è arrivato da Boston fino alla casa degli Usher per riprendersi la moglie Madeline, tenuta sotto chiave dal fratello Roderick (Vincent Price) per motivi che rasentano il delirio. Al centro di questa contesa c’è Madeline, il cui reale volere non ha poi molto peso per i due uomini. L’obiettivo di entrambi è esercitare controllo su di essa, tanto da chiuderla viva in una bara.

Nonostante si tratti di un film diversissimo da Un secchio di sangue, ritroviamo ancora le stesse questioni, gli stessi irrisolti, ancora un protagonista estraneo in un mondo che non lo vuole (casa compresa) e che non riesce a comprendere e, ancora, il femminile come oggetto irraggiungibile, qui persino più oggettificato e conteso, fino alla furiosa esplosione finale.

L’elemento di rottura però sta nella figura di Vincent Price, attore plasmato da Corman nelle sue espressioni sopra le righe, sempre tese al patetismo più esagerato, quasi comico. Il Roderick di Price è un personaggio ambiguo, un tipo di figura che comparirà spesso nei film di Corman e della quale non si scioglie mai il nodo se sia sincera o stia mentendo, se sia preda della follia o semplicemente vittima degli eventi.

Quest’ultimo elemento lovecraftiano, della follia cieca e inspiegabile, è il nesso che conduce a Il pozzo e il pendolo del 1961 in cui Vincent Price, questa volta nei panni di Nicholas Medina, accoglie, con fastidio, il fratello della moglie (Barbara Steele) defunta da pochi mesi, Francis Barnard. Il giovane Barnard è arrivato fin lì per accertarsi di come sia morta la sorella e, eventualmente, indagare sulle responsabilità di Nicholas, il quale sembra sull’orlo di una crisi di nervi. Ancora una volta ci troviamo di fronte a  un personaggio, Barnard che tenta di introdursi in uno spazio a lui ostile, ancora una volta per una donna per la quale vuole far valere la sua autorevolezza maschile, ma dimenticandola nel momento del reale bisogno.

Sia ne I vivi e i morti che ne Il pozzo e il pendolo, Corman stravolge i racconti di Poe, ma riesce a far permanere la stessa sensazione di terrore agghiacciante, custodita nelle profondità di cupi scantinati, nello spaventoso dolore di una morte non sopraggiunta, nell’orrore di essere sepolti vivi. Allo stesso tempo in Un secchio di sangue emerge l’altro lato della medaglia, l’ironia macabra di una morte che ha fatto il suo corso trasformando il corpo in un’opera d’arte immortale. In tutti e tre però risuonano le ossessioni di Corman, uno stile chiaro e preciso, nonostante i tempi di lavorazione brevissimi e il suo velato senso di inadeguatezza rispetto al “vero cinema”.