Il classismo sociale in Corea del Sud è ormai una questione di importanza primaria. O perlomeno è questa è la conclusione che si può trarre attenzionando le opere di quelli che probabilmente sono i tre registi coreani più popolari a livello internazionale (ai tre che menzioneremo, per grandezza e prestigio andrebbe aggiunto anche Na Hong-Jin, il quale è tornato quest'anno con l'acclamato Hope, fil m che tuttavia non contribuisce al discorso sulla tematica qui presa in esame).

Nel 2019, Parasite di Bong Joon-ho raccoglieva un consenso di portata epocale per un film proveniente dal paese asiatico (Palma d'oro, quattro pesantissimi Oscar e incassi da blockbuster a livello globale) e lo faceva attraverso una brutale rilettura satirica della lotta di classe. Qualche anno dopo, è stata la volta di Park Chan-wook, che con il potente No other Choice (2025) concedeva la propria visione dell'aspra e competitiva arena della classe operaia coreana.

Ora, a un anno dalla prima veneziana del film di Park, è Lee Chang-dong a fare della contrapposizione tra proletariato e e ricca borghesia il nodo centrale del suo ultimo film. E così come Parasite rispecchiava la grottesca iperbolicità narrativa di Bong, e No Other Choice sintetizzava la perfezione compositiva dell'estetica di Park, Possible Love (Ga-neung-han Sa-rang, nella versione originale), esplora un tema condiviso portando con sé gli elementi più riconoscibili della poetica del suo autore.

Come accade in molti film di Lee, il clamore viene  accantonato per lasciare spazio all'intensità di gesti minimali. Parole taciute, sguardi e silenzi vengono irrorati di significato, che in maniera lenta quanto inesorabile conducono all'emersione di paure, desideri e dolori cui i personaggi faticano strenuamente a dare voce. Da un lato abbiamo la difficoltà di una famiglia in cui il padre/marito ha perso il lavoro in seguito ad uno sciopero represso con estrema violenza, dall'altro una facoltosa aspirante documentarista, moglie di un giovane e affascinante imprenditore, che vuole raccontare la vita dei lavoratori, irrefrenabilmente attratta dal potenziale elegiaco che intravede in essa pur senza conoscerla davvero.

L'incontro di questi due nuclei, mediato dalla costante e talvolta indiscreta presenza della macchina da presa diviene il centro nevralgico di un film che interroga i suoi protagonisti, lasciati spesso indifesi, nell'incapacità di reagire alla propria condizione. Ha inizio così un processo di mutuo beneficio, o almeno all'apparenza. Perchè il costante occhio artificiale, bramoso di contenuti sempre più intimi, ha sì il merito di scovare sentimenti nascosti e restii a manifestarsi, ma al contempo è anche il paradossale strumento attraverso cui si reitera il comportamento parassitario della classe dominante verso quella sottomessa.

Ed è così che l'equilibrio inizialmente costruito finisce per ossidarsi fino al culmine della tensione, in quello che è un tripudio compositivo ed emozionale, un vero miracolo di costruzione filmica. Tra le fronde che coprono una spiaggia sferzata dal vento assistiamo al dolore straripante di un uomo, contempliamo lo sguardo impotente e atterrito di una donna e biasimiamo la presenza implacabile di una videocamera sempre accesa, sempre presente e ossessivamente affamata di una disperazione da catturare. Attimi segreti e saccheggiati per farne materiale in grado di soddisfare una certa idea di “impegno” proveniente da un punto di vista privilegiato.

Possible Love è un'opera dalla costruzione millimetrica, in cui dei semplici atti liberatori acquisiscono un valore di riconquista della dignità negata, una lotta gentile verso la riaffermazione del diritto di esistenza da parte di individui martoriati nelle fondamenta del loro essere e bisognosi di riscoprirsi umani ai loro stessi occhi imbevuti di pianto. Nella speranza di ricordarsi di poter ancora innalzare lo sguardo in un sospiro di quiete per ammirare la luna.