Robin Hood – Il prezzo del sangue (The Death of Robin Hood, 2026) di Michael Sarnoski smitizza radicalmente la figura dell’arciere di Sherwood. Personaggio britannico entrato nella leggenda, la cui fisionomia e le cui origini (fu un nobile decaduto o un semplice bandito?) non sono ancora state acclarate per la moltitudine di testimonianze che si sono susseguite e mescolate, con il cinema l’iconica aura del “principe dei ladri” si è mitizzata maggiormente, attraverso una moltitudine di film incentrati sulla sua effigie di paladino dei poveri.
Una vera volpe, come giustappunto fu raffigurato dalla Disney nel cartoon antropomorfo Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman, sempre raffigurato come un eroe bello, moralmente retto, benvoluto dai sui compagni di avventure e infallibile con l’arco e le frecce. Oltreché impegnato in una travagliata liasion sentimentale con l’aristocratica Lady Marian. Non è nemmeno mancata una versione in cui Hood e la sua morosa sono ormai anziani, con i conseguenti acciacchi e l’incombente spettro della morte. Robin and Marian (1976) di Richard Lester, però, era una autunnale “romcom” che seguiva l’adagio della leggenda popolare.
Nel film di Sarnoski, che attinge dalla frammentaria ballata Robin Hood’s Death, il “principe dei ladri” è ormai una figura senile, incanutita, abbrutita e solitaria. Permane la sua perfezione di tiro con l’arco, ma con l’età avanzata è diminuita la sua capacità di combattimento e di riabilitazione dalle ferite. Non più personaggio stimabile e fidato ma un fuorilegge inferocito che uccide furiosamente per difendersi oppure per istinto animalesco.
Una demistificazione integrale che ribalta completamente la splendente leggenda e si somma ad altre opere recenti in cui personaggi storici e/o leggendari vengono riscritti o ridimensionati, come ad esempio Ulisse nell’Odissea (2026) di Christopher Nolan oppure Bonaparte in Napoleon (2003) di Ridley Scott. Il torvo e invecchiato Robin Hood (Hugh Jackman) è sineddoche di un medioevo feroce e cinico, in cui predomina la violenza e la precarietà della vita.
Le lotte e le uccisioni sono spietate e sanguinolente, come attesta già il primo truce ammazzamento ad opera Hood nei riguardi di una giovane ragazza che cerca vendetta. Un’asprezza comportamentale evidenziata anche da una brughiera impervia, che ricorda quella del Macbeth (1972) di Roman Polanski, e una fotografia, a cura di Pat Scola, dai toni tendenti a un glaciale grigio.
Questa riscrittura negativa è già desumibile nel titolo originale, con la doppia accezione del lemma morte, da intendere come trapasso fisico e cessazione di un immaginario. Però questa brusca smitizzazione non si concreta fino in fondo, poiché poi sopraggiunge la catarsi del personaggio, attraverso un benevolo ricovero nel quale affronta i fantasmi del passato (uccisioni e prevaricazioni) e trovando la salvezza della propria anima.
È proprio questa seconda parte che affossa una narrazione che inizialmente affascinava per quella crudeltà di riscrittura dai toni storicamente quasi veristici. Per un’esibizione della violenza sui corpi (squartamenti, frecce che penetrano nei crani e vistosi fiotti di sangue) pari a un horror granguignolesco.