Sofferente, eppure titanico; umano, eppure mitico. Forte del trionfo agli Oscar, Christopher Nolan si è scontrato con la sfida di una vita – portare sullo schermo la sua visione del colossale poema omerico – e l’ha vinta, dimostrando di essere davvero l’unico autore post-Duemila (insieme a Denis Villeneuve) a saper coniugare la libertà espressiva con i grandi budget del cinema hollywoodiano, quindi critica e pubblico.

La sua è una forza autoriale ormai capace di andare oltre le sterili e da sempre ridicole polemiche da social riguardo la fedeltà al testo letterario; a maggior ragione quando il testo in questione è una collazione di miti e leggende prodotta da un autore a sua volta leggendario. E poi si dovrebbe sapere, ma forse vale la pena ribadirlo, che ogni trasposizione di un’opera è sempre una ri-significazione; quindi, una riscrittura vera e propria in cui il concetto di fedeltà viene tradito dal principio per fare sì che l’opera di partenza continui a vivere ed evolversi. Ma non perdiamoci nell’ermeneutica.

L’Odissea sembra proprio essere il vertice del cinema nolaniano, qui alla sua piena maturità: ripulito da quelle impercettibili sbavature che a volte lo appesantivano e reso, se possibile, ancora più travolgente, magniloquente, abissale.

Le quasi tre ore di visione sono come una marea che trasporta lo spettatore avanti e indietro, in una narrazione che, va da sé, rifiuta il racconto lineare, ma sovrappone, come fosse un nastro di Möbius, passato presente e futuro. L’ossessione del regista britannico per la temporalità si mette qui al servizio della storia e, con un montaggio incalzante che si alimenta di ottimi movimenti di macchina, restituisce il tempo di Ulisse frammentato tra la memoria del passato (la partenza da Itaca, la guerra di Troia e le peripezie vissute fino all’isola di Ogigia), l’eterno presente (tra le braccia di Calipso, mentre altrove Penelope e Telemaco tentano di resistere ai Proci, i nuovi barbari) e un futuro imprevedibile verso l’orizzonte (degli eventi). Questo movimento rizomatico porta il pubblico a finire dentro un gorgo (come quello di Cariddi) che è la psiche di Odisseo, attraverso il cui punto di vista – fatta eccezione per le sequenze ambientate a Itaca o Sparta – riviviamo la storia dell’esilio.

Chi è l’Ulisse di Nolan? È un uomo tormentato, scisso e sofferente che vive un senso di colpa profondo e si porta sulle spalle il destino del suo equipaggio, degli Achei tutti, della civiltà occidentale intera. È Calipso a riportare in superficie questa coscienza e a mettere il re di Itaca davanti al suo ruolo (meta)storico. E qui entra in gioco il grande lavoro di Matt Damon (al ruolo più importante della sua carriera) che ci offre questo Ulisse umanissimo, che eredita sia l’aura della leggenda sia le caratteristiche dell’uomo déraciné del ventunesimo secolo. Omero, Dante, Joyce e tutti gli altri: Ulisse rimane un archetipico che si adatta ai tempi che cambiano. Sul suo corpo e nella sua mente, quindi, la scansione del tempo trova compimento e piena definizione: un tempo che è simultaneamente contemporaneo e mitico.

Nel rapporto col tempo e con chi quel tempo lo scandisce – gli dèi –, Nolan compie il vero miracolo. I personaggi della sua Odissea non sono eroi valorosi che combattono una guerra, compiono gesta avventurose, attraversano luoghi magici e misteriosi, e poi tornano a casa; ma sono uomini in carne ed ossa su cui incombono il giudizio e la volontà degli dèi. Gli eroi omerici nolaniani sono dunque schiacciati sotto il peso ineludibile della legge di Zeus, i cui influssi sono talmente ben rappresentati che anche noi spettatori li percepiamo quasi formassero un campo elettromagnetico.

E su questo si misura lo scarto con le pellicole epiche del passato dove si ammiravano grandi combattimenti e scenografie enormi, ma la presenza degli dèi era troppo umanizzata (qui vediamo solo Atena assumere sembianze umane) e mai veramente dominante nella dialettica con gli uomini. Qui l’uomo è piccolo e in balìa del fato e solo raramente si fa eroe in un rapporto imperscrutabile di sudditanza rispetto alla legge divina.

Una dimensione mitica e ancestrale resa possibile dalla sapiente fotografia di Hoyte van Hoytema, dal montaggio di Jennifer Lame e infine dall’ennesima superlativa partitura musicale di Ludwig Göransson che contribuisce in modo decisivo a creare quell’atmosfera fatale che condiziona, guida e travolge le vite dei personaggi sullo schermo. Nolan riesce a tenere insieme tutto questo e a trovare internamente sequenze narrative inedite (i frammenti horror nelle scene di Polifemo e della maga Circe) con una scrittura asciutta e icastica, e un lavoro di instancabile ricerca con la macchina da presa (soprattutto nelle sequenze in mare e della guerra di Troia).  

Ma non è tutto. Odissea è un film che andrebbe analizzato su molteplici livelli dopo plurime visioni per apprezzarne le finezze tecniche e i rimandi intratestuali; ma quello che, in ultimo, ci preme sottolineare è come questo sembri essere il film più politico del regista inglese. Il senso lo si trova ancora una volta in Ulisse, nel suo essere contemporaneamente l’eroe che ha cambiato le sorti della guerra e l’uomo che, a causa della sua astuzia e tracotanza, ha provocato la rottura e quindi il lento disfacimento delle leggi terrene e ultraterrene, di una civiltà intera. Tutto il suo lunghissimo viaggio verso casa non è altro che l’espiazione della colpa e l’accettazione del suo ruolo metastorico: è colui che ha infranto la legge di Zeus e ha costretto la civiltà a passare dal tempo degli dèi a quello degli uomini, come ha scritto Esiodo nell’opera che si considera complementare al dittico omerico.

La sofferenza e il lamento di Odisseo sono evidentemente lo specchio di una condizione contemporanea funestata da guerre condotte senza più vincoli morali (quei vincoli recisi con l’inganno del cavallo di Troia) che sembra stiano davvero decretando il disfacimento e la fine di un sistema di valori, la fine dell’Occidente così come l’abbiamo sempre conosciuto.

Con Odissea Christopher Nolan torna quindi all’origine della nostra civiltà, ma allo stesso tempo ci mostra chi siamo oggi con un kolossal epico – ancora: lui, Villeneuve e pochi altri sono gli unici cineasti ancora in grado di fare film che sappiano cosa sia l’epica – che tiene insieme tutto il suo cinema (Ulisse comprende tanti dei personaggi nolaniani: Dominic Cobb, Cooper e la sua distanza da casa, Leonard e l’ossessività del ricordo, il Cavaliere Oscuro che ritorna nella sua città per portare giustizia, infine Oppenheimer e l’eredità del suo gesto sull’umanità intera) e racconta il nostro tempo con una delle sue storie fondative, nelle vesti di nuovo Omero.

E il futuro questa volta è più cupo e incerto del solito: la luce dell’orizzonte si sta spegnendo, il nostro mondo sta per cadere e a noi non rimane che onorare i morti e compiere gli ultimi atti di civiltà rimasti.