C’era una scatola anche in Un affare di famiglia, il film che otto anni fa valse la Palma d’oro al regista giapponese Hirokazu Kore-eda. Era la casa occupata dalla famiglia di ladruncoli del titolo, frazionata miracolosamente in altre scatole minori contenenti tavoli, cucinotti e minuscoli ripostigli adibiti a rifugio personale da bambini fantasiosi.
Agli antipodi di quelle mura compresse, l’abitazione dei più che benestanti Kōmoto di Sheep in the Box è una bellissima casa dalle geometrie definite e ariose, dominata da rilassanti colori pastello e progettata su ampi ambienti affacciati su un giardino zen, ideale superficie di atterraggio dai ballatoi senza protezione che collegano fra loro le stanze al secondo piano.
La rarefazione di Sheep in the Box si contrappone alla claustrofobia di Un affare di famiglia come la matrioska di vaste scatole aperte della casa dei Kōmoto all’incastro da cubo di Rubik dei pochi centimetri disponibili ai loro indigenti predecessori. Ma il “futuro non molto lontano” di cui ci avverte la didascalia di apertura del nuovo racconto di Kore-eda è di poco spostato in avanti rispetto al presente del gruppo familiare a sangue misto del film del 2018. E come questo o il Nobody Knows dei fratellini abbandonati a sé in appartamento (2004), trova una soluzione nell’uscita dalle pareti domestiche, unici luoghi in cui relazioni e legami, con tipica compostezza orientale, possono invero essere coltivati e introiettati prima di aprirsi al mondo.
Quanta capacità ha una casa di contenere persone e sentimenti? E quanto a lungo può nasconderli? Non troppo anche in Sheep in the Box, dove un drone-cicogna stana Otone e Kensuke rimasti orfani del figlio di sette anni per proporre loro un suo clone robotico dalle sembianze umane che riporti a entrambi la dimensione perduta di maternità e paternità.
Tramite un Amazon senza corriere, guidato da un algoritmo che ha sapientemente calcolato il bisogno dei Kōmoto in base ai dati disponibili su di loro, l’umanoide frutto dell’AI più avanzata può essere consegnato e svolgere il suo ruolo di riempimento delle vite di questi due genitori a lutto. Diversamente dal David dell’AI di Spielberg e Kubrick, non ha però capacità di affetto né anima, e pone i due neogenitori al bivio: vincere la diffidenza mista a premura e sorpresa con cui non cessano di relazionarsi al sostituto di Kakeru o approfittare dello strumento per l'elaborazione del lutto?
Qui l’idea più rilevante della pellicola, che assegna coraggiosamente il primato all’umano in quanto non solo dotato di quella empatia e consapevolezza di sé che l’intelligenza artificiale di Koreeda mai sarà in grado di sviluppare, ma in quanto capace di trovare soluzioni ai suoi traumi personali, la perdita di una persona, e collettivi, la crisi ambientale planetaria, in uno strumento inventato da lui per altri fini, che lo costringe ad evolvere in meglio.
Peccato che Koreeda si perda questa volta in sottotrame non funzionali al discorso, gestendole in modo discutibile dal punto di vista del montaggio, curato da lui al pari di soggetto e sceneggiatura: troppe metafore irrisolte, una traccia - la ricostruzione della morte di Kakeru - non del tutto dominata e persino qualche problema di chiarezza nell’intreccio gli impediscono di fare il miracolo riuscito invece in altri titoli.
Da portare a casa, invece, in questi tempi ansiogeni e aggressivi, un’idea positiva e rassicurante delle sfide imminenti che ci attendono.