Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi

Antoine de Saint-Exupéry

Sheep in the Box (2025) del regista Hirokazu Koreeda è un film profondamente plasmato dalla sua cultura di origine, il Giappone, e in particolare dall'approccio animista dello Shintoismo, secondo il quale esiste un'anima in tutte le cose: si tratta di una religione intuitiva, la cui essenza più profonda può essere colta solo in modo esperienziale.

Tutti i protagonisti del film intrecciano un rapporto speciale con gli alberi, i simboli più amati dello Shintoismo e parte integrante della cultura tradizionale. Secondo questa antichissima religione, la più radicata in Giappone, anche gli alberi possiedono un'anima e con la loro dimensione spirituale si dice che colleghino il mondo dei kami (le divinità) alla terra e agli esseri umani. Le loro radici profonde simboleggiano la connessione con l’aldilà e i loro rami l’aspirazione alle divinità.

Il film si apre in futuro prossimo con un drone per le consegne che vola in aria come una cicogna, per depositare non un bambino, bensì un volantino pubblicitario a casa di Otone (Ayase Haruka) e Kensuke (Yamamoto Daigo), una coppia sposata in lutto per la perdita del loro giovane figlio avvenuta due anni prima. Il volantino pubblicizza REbirth, un'azienda che costruirà loro un sostituto: un robot umanoide dotato di intelligenza artificiale con le sembianze del loro defunto Kakeru (Rimu Kuwaki). La coppia decide di accettare e dopo un primo colloquio, in prova gratuita, gli viene consegnato un umanoide con le fattezze e i ricordi di Kakeru, che ascolta gli alberi e ne entra in profonda connessione, destinato a diventare il surrogato del loro bambino per condurli a superare finalmente il dolore della perdita.

Con una delicatezza struggente, tratto distintivo che caratterizza l’approccio alla materia cinematografica di Koreeda, la sceneggiatura del film si scompone in molti rivoli, dalla riflessione sulle dinamiche familiari al lutto per gli affetti perduti agli sviluppi futuribili della robotica, per confluire alla fine in un unico fiume poetico che consente ai protagonisti di fare i conti con  la perdita del figlio e di andare avanti con le proprie vite.

Come per il celebre episodio della pecora nella scatola del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, pecora che non è davvero rappresentabile perché esiste soprattutto attraverso l'immaginazione, i genitori impareranno dall’umanoide simulacro di Kareku, destinato anch’esso ad andare via, che l’essenziale è invisibile agli occhi e le proiezioni affettive possono abitare per sempre nell’anima.

Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2026, Sheep in the Box ha alimentato un acceso dibattito della critica proprio per il suo tentativo di fondere la sacralità dell’animismo, che pervade tutto il lungometraggio, con la riflessione forse troppo ottimista sull’intelligenza artificiale. Il minimalismo essenziale tipico del cinema di Hirokazu Koreeda ci regala con Sheep in the Box l’ennesimo tassello fondamentale per comprendere il suo viaggio nelle relazioni umane, dall’esordio di Maborosi (1995), alla palma d’oro a Cannes con Un affare di famiglia (2018), film che nel corso degli anni hanno disegnato un percorso lineare che tratteggia un Giappone contemporaneo ancorato al passato ma inevitabilmente proiettato verso le potenzialità del moderno.

E nella modernità giapponese e nelle speculazioni su ciò che significa l'Intelligenza Artificiale nelle nostre vite rientra anche il business della “resurrezione digitale”, un fenomeno ormai consolidato in Oriente, l’estremo tentativo della tecnologia di sconfiggere la finitezza umana. Ma in Sheep In The Box il regista giapponese si astiene dall’immaginare la deriva di universi distopici futuri, preferendo piuttosto regalarci una dimensione poetica che promana dal versante naturalistico del film, mettendo in connessione la potenza magica e antica degli alberi e quella futura dei robot.