A Napoli la bellezza ed il disastro, la meraviglia e la monnezza convivono da sempre, fianco a fianco, in una lotta senza fine. Una città che ha ispirato molto cinema recente (da Matteo Garrone ai film di Leonardo Di Costanzo e Vincenzo Marra), perché rappresenta un universo di contraddizioni insolvibili, una metropoli che catalizza i drammi e le gioie del bel Paese, dove puoi raccontare tutto e il contrario di tutto.

Presentato al cinema Lumière, Sul vulcano di Gianfranco Pannone, tra i più affermati documentaristi italiani, segue tre esistenze alle pendici del Vesuvio: Matteo, artista che raccoglie la lava del vulcano e la utilizza per dipingere, Yole, cantante neo-melodica devota alla Madonna e Maria, proprietaria di un’azienda florovivaistica ai piedi del vulcano. La vita dei personaggi prosegue mossa da quel proverbiale fatalismo partenopeo che ha origine alle pendici della montagna e spinge l’uomo ad insediarsi nella bocca del lupo, tra le braccia di una natura sempre più forte di noi mortali, maligna e benevola al tempo stesso, bella ed inevitabilmente crudele.

Pannone costruisce ed imbastisce il suo film in maniera sapiente: immagini di repertorio sulle esplosioni e le preghiere del popolo a San Gennaro si alternano alle vicende di oggi e voci fuoricampo “cantano” le gesta di questa montagna naturale attraverso le parole di De Sade, Giordano Bruno, Matilde Serao, Marai, Malaparte, Leopardi. Le riprese in bianco e nero delle eruzioni (l’ultima fu nel 1944) sono di rara bellezza e contrastano con la calma apparente dell’oggi, dove i vesuviani conducono le loro vite sospesi ai piedi di un vulcano “inerte”, che da un momento all’altro potrebbe rubarsi tutto, in un luogo che loro stessi hanno maltrattato e ferito.

Vitalità, razionalità e senso della tragedia coesistono in una terra abitata da perenni contraddizioni e da dicotomie insanabili: c’è l’abusivismo edilizio, la costruzione incontrastata di casermoni e brutture eppure c’è anche la magnificenza della natura, la sua forza, il suo legame ancestrale e atavico con l’uomo che si illude di poterla domare, in un incontro-scontro destinato a non avere fine. Il Vesuvio non è solo un vulcano, ma diventa un luogo geologico e politico, un ricettacolo di meraviglia e di dolore che Pannone ci racconta con accorti espedienti narrativi: non ne abusa, ma costruisce una struttura filmica adeguata e funzionale al racconto, da documentarista abile qual è, evitando i facili cliché di denuncia morale e interrogandosi sul perché meraviglia e schifo, stupore e disastro, convivano l’uno accanto all’altro.

Caterina Sokota