“Tutti siamo colpevoli di qualcosa”, dice una studentessa universitaria al professore di Fondamenti di filosofia John Jorrisen (Jack Houston) dopo aver cercato di ricattarlo con un generico “io so chi sei e so cos’hai fatto” pur di passare il suo esame. 

Il tentativo della ragazza è tanto maldestro quanto generico perché, di fatto, lei non è a conoscenza di alcun segreto relativo al docente; proprio perché “tutti siamo colpevoli di qualcosa”, però, quel tentativo sarebbe quasi potuto andare a segno. Il professor Jorrisen, infatti, ha davvero un segreto che potrebbe costargli la vita che si è costruito, se rivelato: non solo la cattedra all’università, ma anche la sua relazione con la collega Rebecca (Sofia Boutella) e l’ottimo rapporto che ha col figlio quattordicenne di lei, Willie. 

Con The Basics of Philosophy il regista e sceneggiatore Paul Schrader ritorna sul leitmotiv che caratterizza la sua filmografia, specialmente quella più recente: un uomo tormentato da azioni compiute in passato è alla ricerca di un’assoluzione che non è sicuro di poter ottenere. In questo caso, Schrader affronta il tema del senso di colpa filtrando la vicenda attraverso la filosofia insegnata dal suo protagonista – in particolare Spinoza, su cui l’accademico sta scrivendo un libro. 

“Il cambiamento è possibile?”, chiede Jorrisen allo stesso filosofo olandese, mentre lo allucina seduto su una panchina. Il cambiamento significativo, risponde Spinoza (Karl Glusman), può provenire solo dalla ragione, non dalle passioni; un cambiamento che provenga dalle passioni (vale a dire, da azioni compiute senza conoscerne le cause) può portare solo a una vita vissuta male. Ma Jorrisen è sicuro di conoscere sé stesso e di saper spiegare le proprie azioni?

Attraverso diversi flashback in bianco e nero, scopriamo che quando l’uomo aveva circa vent’anni ha abusato sessualmente di Miguel, il figlio del giardiniere a cui dava lezioni private di pianoforte. Melvyn, il padre di John (Bill Pullman), ha convinto i genitori del ragazzo quattordicenne a non denunciare suo figlio, promettendo in cambio di pagare per l’istruzione di Miguel e diventando per lui una sorta di secondo padre. Dal figlio John, invece, l’uomo ottiene la promessa di abbandonare il pianoforte e perseguire invece la carriera accademica di, appunto, professore di filosofia. 

Per quello che John continua a considerare un solo errore, quasi uno sgarro, l’uomo si ritrova dunque bloccato a vivere una vita che non voleva, nel tentativo di convincere il genitore di essere una brava persona, oltre che eterosessuale – e il padre, in effetti, sembra meno preoccupato dal reato commesso e più dal genere della persona su cui è stato perpetrato. La sua protezione, di conseguenza, viene concessa solo a condizione di ricevere rassicurazioni dal figlio sulla sua attrazione nei confronti del genere femminile. 

Quando un Miguel ormai adulto e realizzato (Daniel Zovatto) si presenta al funerale di Melvyn, anni dopo, non minaccia allora di riemergere solo il passato, ma anche quel lato di sé che John ha passato anni a soffocare.

Rispetto a questo, è difficile non avere l’impressione – nonostante il film riconosca formalmente la gravità dell’abuso sessuale di un ragazzo preadolescente – che la ‘colpa’ attorno a cui ruota il conflitto sia soprattutto di natura identitaria. L’abuso ai danni di Miguel finisce infatti per essere trattato dalla narrazione più come un sintomo dell’incapacità di Jorrisen di riconoscere la propria bisessualità che come una violenza sessuale esercitata su un minore.

È una distinzione tutt’altro che secondaria, perché modifica radicalmente il modo in cui lo spettatore è invitato a guardare il protagonista: questa scelta, unita al consueto rigore formale di Schrader, previene ogni possibilità di connessione o empatia e abbandona chi guarda ad assistere alle tribolazioni esistenziali di un uomo che si rifiuta di accettare la piena responsabilità di ciò che ha fatto. 

“Una vittima ha l’obbligo di perdonare?”, rimugina Jorrisen in uno dei suoi innumerevoli soliloqui. Quando diventa evidente che la risposta sia no, l’uomo tenta un gesto estremo di fronte alla vittima stessa. E se è vero che tutti siamo colpevoli di qualcosa, The Basics of Philosophy fatica come minimo a ricordare a sé stesso e a chi guarda che alcune persone possono essere più colpevoli di altre.