Come era d’uso fare decenni orsono a scuola, dividendo tramite due colonne la lavagna per scrivere i nomi degli alunni se erano buoni o cattivi, è divenuta prassi anche per il cinema di Ridley Scott. Ogni suo film – condannato o assolto si da quando ne è annunciata la messa in produzione – viene collocato o nella colonna di destra (riuscito) oppure in quella di sinistra (non riuscito).

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine (2026), tratto dall’omonimo best seller di Peter Heller, si posizione in quella di sinistra. Permane quella perizia registica e, in alcune parti, finanche quella spettacolare che lo hanno contraddistinto sin dal primo lungometraggio, però quest’ultimo, come altri della sua filmografia, rimane un prodotto spiccatamente di matrice hollywoodiana, tra new stars del firmamento divistico, romance di facile presa emotiva e agevole intrattenimento.

Sceneggiato da Mark L. Smith, pratico screenwriter di film horror e fantascienza, The Dog Stars è un ulteriore tassello che si aggiunge al già copioso filone post-apocalittico, questa volta prendendo spunto dalla recente – e non del tutto metabolizzata – pandemia Covid (nel romanzo era altro tipo d’influenza). Un futuro distopico (2035) in cui le metropoli sono soltanto fatiscenti città abbandonate, simili a quelle de Il giorno degli zombi (Day of the Dead, 1985) e i pochi sopravvissuti si sono rifugiati nelle campagne o in luoghi sicuri e circoscritti. Anche in questo caso la narrazione divide i personaggi in due distinte colonne: da un lato i buoni e dall’altro i cattivi. Uno scenario desolante che ha intaccato nel profondo gli animi umani, tra pessimistica diffidenza o (ri)acquisita bestialità.

In questa riarsa realtà (urbanistica e relazionale) c’è, però, ancora a chi crede nella bontà, un samaritano incarnato da Hig (Jacob Elordi), un ex meccanico (tipica raffigurazione del proletariato americano) che aiuta il prossimo e cerca fiduciosamente altre forme di vita non infette o incattivite. Un Flying padre senza tonaca ma con fucile e fedele cane al seguito che con il suo Cessna sorvola gli incontaminati spazi naturali facendo rifornimento di tipici prodotti capitalistici (oltre alla benzina e ai medicinali prende scorte di Coca Cola e alcool) e portando i medesimi a una piccola congrega campagnola di animo puro o al suo burbero sodale Bangley (Josh Brolin).

In The Dog Stars restano gli usuali topoi del genere, tra cui masnade di umani tramutatesi in sanguinari barbari predatori, tra rimembranze della saga di Mad Max e trasfigurazioni dell’assalto di Capitol Hill, però la narrazione tende, attraverso la figura del protagonista e della giovane Cima (Margareth Qualley), a una via speranzosa, di nuova possibile rinascita umana come attesta il rustici e musicale finale in cui anche un ritrovato Bangley s’inserisce con gaudio. Una conclusione sentimentale totalmente opposta a quella della fuga a due, agreste e planante, di Blade Runner (1982).

È proprio la figura dell’ex marine, risoluto nei suoi ragionamenti di sopravvivenza e dalle battute beffarde, il personaggio migliore. Anche lui con un triste passato da smaltire, rappresenta l’America cinica e guerrafondaia attaccata ai beni materiali (soldi, armi e alcool), che si ritrova sostanzialmente a suo agio in questo presente spoglio di rapporti. La filosofia di Bangley si basa sulla forma mentis americana, nel quale una volta in possesso dei beni sopra menzionati, ottenuti con una coriacea sopravvivenza di radice darwiniana, si è raggiunto l’American Dream.