Piove ancora sulla Roma di Paolo Strippoli. Ma questa volta non è solo pioggia, è un uragano devastante con nuvole a spirale, come a presagire un dramma spaventoso che, anziché concludersi, si reitera per anni e torna a chiedere quanto non riscosso in precedenza. È seguendo questa forma apparentemente senza fine che si delinea il racconto del nuovo film del regista pugliese, che continua a riaffermarsi come lo sguardo più raffinato e costante del nuovo horror italiano.
Con L'Estranea, suo terzo lungometraggio da "solista" dopo l'eccellente esordio A Classic Horror Story al fianco di Roberto De Feo, Strippoli mostra di avere compiuto un nuovo passo avanti nell'affinamento della sua tecnica, un'ulteriore crescita verso quello che si prefigura come uno status di riferimento nel campo del cinema di genere, in un contesto produttivo italiano ancora disperatamente bisognoso di diversificazione. Non ancora una piena maturità, ma certamente una degna prosecuzione del percorso intrapreso e un'adeguata risposta a quanto auspicato in occasione dell'uscita del lavoro precedente, La valle dei sorrisi, presentato fuori concorso all'ottantadiesima Biennale Cinema.
A riprova del riconoscimento di questa parabola ascendente, un anno dopo L'estranea figura invece tra i titoli del concorso ufficiale di Venezia 83, sintomo della fiducia che da più parti si sta riponendo nei confronti di questo giovane autore. E come potrebbe essere altrimenti, di fronte ad un sempre più consapevole utilizzo degli strumenti sintattici del mezzo e ad una poetica si che va smussando proficuamente verso il campo di uno psico-horror estremamente singolare. Sì perché, analogamente a quanto rappresentato in precedenza, qui è nuovamente l'incapacità di accettare un dolore ingestibile a scatenare i disagi destinati poi a deflagrare in angosce e paure.
Una madre (Jasmine Trinca) terrorizzata nell'affrontare situazioni che mettono a repentaglio l'incolumità dei membri della sua famiglia, stringe patti con una forza oscura, la quale però, concedendo i suoi favori, esige sempre qualcosa in cambio. Una struttura che potrebbe riflettere un meccanismo scaramantico, che punta ad un'auto attribuzione della colpa di fronte ad eventi catastrofici per i quali non si individua una ragione sopportabile. E la forza dello sguardo di Strippoli sta proprio nell'evitare di adagiarsi sul facile retorica della metafora, mirando invece alla costruzione di un linguaggio complesso che preveda l'esistenza di un Male indefinibile, il quale viene incaricato degli aspetti valoriali dominanti.
Qui, in questa sottile, ma cruciale, concezione del genere risiede la grandezza di un autore che ama l'horror, lo conosce, lo rispetta e proprio per questo sa come plasmarlo con un tocco personale e un occhio sempre rivolto ai grandi Maestri. Ricordiamo come nell'esordio in co-regia con De Feo il rimando era a tutto un filone americano anni '70 e '80, mentre in Piove spiccava un chiaro omaggio kinghiano, o ancora ne La valle dei sorrisi il riferimento tornava ad ampliarsi, comprendendo i film appartenenti al sottogenere folk.
E anche in questo caso le strizzate d'occhio non mancano, dal Lanthimos più cruento (la paralizzante inesorabilità dei vaticini de Il sacrificio del cervo sacro), ai personaggi disposti in quadro seguendo le orme di Hitchcok, fino ad intravedere delle sfumature dell'ineguagliabile grottesco lynchiano. Riferimenti che non limitano, bensì accrescono il gusto della visione grazie ad una squisita dose di cinefilia che arricchisce idee personali e ben definite.
Non ci troviamo ancora di fronte al capolavoro di Paolo Strippoli, sia chiaro, ma l'ammirazione verso questo autore è ormai innegabile e cresce in maniera proporzionale alla fiducia nelle sue capacità, nella speranza che il suo nome valichi i terreni di settore presso i quali è ormai ben conosciuto, per arrivare quanto più sonoramente possibile al grande pubblico che riempie le sale cinematografiche.