Dopo le premiazioni di Visioni Italiane 2017, torniamo sul festival (grazie ai nostri inviati) per ricordare alcuni dei titoli premiati e per considerazioni critiche di carattere generale. 

Appena prima del vero commiato con l’evento speciale dedicato a Gianfranco Rosi, la premiazione di ieri ha chiuso nel modo migliore questa ventitreesima edizione di Visioni Italiane, dando modo di godersi tutti insieme alcuni dei lavori più interessanti presentati in questi giorni; sei cortometraggi appartenenti alla sottosezione omonima del festival sono stati riproiettati dopo le assegnazioni dei singoli premi per categoria. Poche ore prima era il turno del premio Luca De Nigris, pensato per avvicinare al cinema bambini e ragazzi di elementari, medie e superiori – ovviamente da protagonisti. Un podio per classe d’età e proiezione dei tre corti giudicati migliori, irresistibile grazie all’entusiasmo dei piccolissimi nel riguardarsi sul grande schermo in versione gigante. In questo caso l’edizione è la diciannovesima e il successo dell’iniziativa – con decine di lavori inviati – lascia sperare che già dall’anno prossimo possa uscire dai confini dell’Emilia-Romagna e prendere carattere nazionale. Ma veniamo al dunque.

Era Ieri (2016, Valentina Pedicini) si apre con un movimento che varrebbe da solo un film: cielo e mare, sottosopra; poi sempre più mare e meno cielo, finché non vediamo solo acqua; il moto continua e la terra inizia a togliere spazio all’acqua; quindi solo terra, una spiaggia per la precisione, e saliamo mentre da bagnasciuga si fa sabbia, pietrisco, poi scoglio; saliamo ancora fino a vedere una persona in piedi all’ombra di un albero, lineamenti chiaramente femminili ma posa e abbigliamento virili da delinquente. La verticale del tronco dell’albero chiamerebbe a salire ancora ma noi ci fermiamo, e sappiamo già tutto. Da aria ad acqua, da acqua a sabbia, da sabbia a pietra. Questa è la storia di un cambiamento, di una sempre minore rarefazione, di una sempre maggiore asprezza, decisione, consapevolezza. Non chiude il cerchio e finisce nell’ombra. Di lì in poi il film non perde nulla, anzi, ma bastava (e avanzava) questo per proclamarlo vincitore.

L’odierna realtà sociopolitica è stata fra le presenze più forti del festival appena trascorso, immigrazione e diritti civili testa e spalle su tutto il resto. Si vede benissimo in un quartetto che però – indictment a parte – non potrebbe essere più eterogeneo: La Banda del Catering (2015, Marco Gentiloni) batte le vie della satira postmoderna (e del cuore dello spettatore ben disposto) con la sua demenziale gang di criminali filippini in abiti da cuochi, costretta per ottenere il permesso di soggiorno a suonare (in playback) e cucinare (male) alla cena di lusso del questore di Roma. Ritmo, cattiveria, umorismo in tutte le possibili sfumature fra “sottile come un capello” e “sboccato”, regia e montaggio da quindicesimo caffè. Cosa chiedere di più?

Tutto questo divertimento rende se possibile ancora più doloroso l’impatto con Penalty (2016, Aldo Iuliano) che di sfumature non vuole sentir parlare e di ironia meno che mai, ma lascia molto meno sicuri di aver già trovato il vincitore. Il facile colpo di scena non è certo il vero perché di questa partita a calcio fra profughi africani in cui la palla non si vede mai, per quanto servito con adeguata asciuttezza. Piuttosto colpiscono la fotografia (di Daniele Ciprì), un senso visivo così concreto e materico da trasmettere disagio fisico, una struttura a incastro (in quattordici minuti!) che ovvia alla monocromaticità del tono emotivo smentendo e insinuando di continuo il peggio e tiene sempre con l’acqua alla gola. Violenza psicologica per una giusta causa, con finale risucchiante e accusatorio non lontano da quello di Remember di Egoyan. Per tutti noi che “viaggiamo gratis”.

Pur meno brillanti, anche Candy Boy (2016, Arianna Del Grosso) Respiro (2016, Andrea Brusa e Marco Scotuzzi) trovano il bersaglio; il primo si affida completamente a dialogo e interpretazioni senza scadere nella retorica, il secondo spinge nuovamente sul pedale della crudeltà con gusto stavolta freddo e minimale. Ma ruba la scena il cane sciolto del lotto: è l’animazione di Merlot (2016, Marta Gennari e Giulia Martinelli), fiaba meccanica a scatole cinesi in cui il mondo gioca a guardie e ladri, Cappuccetto Rosso work-in-progress che tintinna e cigola, scappa e insegue, parte e torna e picchietta sul collo della bottiglia. Che un corto animato si sia guadagnato tanta attenzione mette di buon umore quanto la sua deliziosa anarchia; la merita tutta, e ancora di più.

Lorenzo Meloni