C'è tutto il cinema di Martin McDonagh in Wild Horse Nine. Due amici e un rapporto tanto intimo quanto conflittuale nello spazio circoscritto di un'isola, ma non siamo a Inishering bensì a Rapa Nui, meglio conosciuta come Isola di Pasqua. Due membri di un'organizzazione segreta, seguiti a distanza da un capo che chiede a uno dei due di operare a discapito dell'altro, ma non un è un qualsiasi gruppo di di sicari clandestino, è la CIA e sono gli anni Settanta, alla vigilia del colpo di stato di Pinochet e anziché la fiabesca architettura fiamminga di Bruges, sullo sfondo abbiamo le famose teste scolpite nella pietra (Moai, secondo il più volte citato linguaggio “indigeno”).

Ci sono personaggi disfunzionali, o psicopatici, come i Sette del secondo lungometraggio di McDonagh, e poi c'è il western, i suoi elementi semantici e le sue convenzioni trasbordate in tempi e luoghi diversi da quelli natii, come fu per la cittadina di Ebbing, e rielaborati per affermare, una volta di più, come il genere americano per eccellenza sia ancora il più efficace quando si tratta di parlare di Storia degli Stati Uniti.

È quest'ultima suggestione che assume particolare rilevanza nel momento in cui la portata di Wild Horse Nine supera quella della buddy comedy venata di tragica malinconia, per farsi racconto ucronico di una della fasi più torbide del recente passato americano. L'influenza tarantiniana su McDonagh è risaputa, elementi condivisi come l'ipertrofia dialogica e la propensione al contrappunto tra ironia e improvvise schegge di violenza sono noti da tempo, ma in questo film emerge un nuovo elemento in grado di accomunare questi due autori.

Come Tarantino dai tempi di Bastardi senza gloria (2009), qui McDonagh concepisce il cinema come strumento per la manipolazione (parziale) di eventi storici e -  pur non arrivando al radicale revisionismo del film poc'anzi citato o di C'era una volta a... Hollywood dieci anni dopo– come possibilità salvifica di fronte a svolte deleterie di un passato ancora doloroso. E proprio qui, nel modo in cui questo complesso e delicato incrocio di elementi è chiamato a trovare un equilibrio che si risolva in una soluzione narrativa esaustiva, emergono i principali pregi e difetti del ritorno cinematografico dell'acclamato autore irlandese.

Perchè se da un lato è ancora la preponderanza della drammaturgia ad assorbire l'attenzione, creando un legame empatico in grado di muovere con efficacia tanto al riso quanto alla commozione, dall'altro pare che il discorso ideologico non sia altrettanto elaborato e risolto. L'attenzione  minuziosa che viene dedicata alla cura dei rapporti tra i singoli personaggi e ai loro drammi individuali non si riflette in maniera altrettanto decisa nell'inquadramento del contesto generale, che, data la pregnanza politica, avrebbe probabilmente meritato una elaborazione più precisa rispetto a quella effettivamente concessa.

Ciò che rimane è quindi l'ennesima prova della sopraffina capacità affabulatoria di McDonagh, ma anche un certa difficoltà nel conferire una portata universale a queste sue creazioni dai meccanismi narrativi apparentemente impeccabili. Ma c'è anche un discorso di genere, dicevamo, che stimola una riflessione parallela tutt'altro che trascurabile.

Perchè Wild Horse Nine è anche e dichiaratamente un (neo)western, calato nel contesto del Cile di Allende e in cui dei giustizieri fuorilegge si battono con fucili e pistole in una terra selvaggia nel nome di una propria morale, contrapposta ad un nemico opprimente che cerca di imporre la propria morale imperialista su una terra libera (o, in questo caso, democratica). Una struttura che ancora una volta sposa perfettamente con le dinamiche che hanno regolato le variazioni socio-politiche degli Stati Uniti d'America.

Ancora una volta, il genere nato per raccontare la “nascita di una nazione” si mostra il perfetto contenitore per l'incasellamento dei fatti che hanno segnato l'evoluzione di quella nazione stessa. Come mostrato recentemente da autori come i fratelli Coen, Taylor Sheridan o Ari Aster, il western non è più quel blocco monolitico e impossibile da riplasmare, ma una tipologia di racconto che, per quanto estremamente codificata, si mostra sorprendentemente versatile nel descrivere i rapporti di potere che costituiscono i pilastri del sistema America in ogni sua epoca.